Buona fortuna a tutti, “io speriamo che me la cavo”

L’immagine degli escavatori che costruiscono l’ospedale di Wuhan rimarrà una delle più rappresentative della pandemia di Covid-19 che ha imbrigliato il mondo chiudendolo in casa.
È un’icona forse ancora più distintiva delle bare e dei morti, perché è proprio il simbolo dell’inizio di una “nuova era” che non sappiamo quando finirà. Dai primi mesi del 2020 siamo entrati in contatto con oggetti estranei alla nostra cultura come le mascherine. Abbiamo dovuto acquisire nuove abitudini come il modo più corretto di lavarsi le mani, e rinunciare a vecchi atti di cortesia come stringere la mano a una persona che si incontra per strada o per affari.

Decidere a vista

La sensazione che abbiamo avuto da subito è che il Governo, e a caduta le amministrazioni locali, viaggiassero di piccolo cabotaggio, senza capire pienamente quale sarebbe stata la reale portata dell’arrivo del Coronavirus nelle nostre vite. E così nei primi mesi del 2020 abbiamo ascoltato le dichiarazioni della politica che da una parte cercava di contenere la preoccupazione dei cittadini, ma dall’altra tradiva il disagio per essere stata presa in contropiede da una situazione ipotizzabile ma che nessuno mai aveva seriamente preso in considerazione.

Affrontare problemi nuovi con sistemi vecchi

Il problema, mentre si affronta una difficoltà nuova, come sempre è quello di affidarsi all’“io speriamo che me la cavo”. Nel caso del Covid, poi, c’era anche l’aggravante di un comparto della sanità allo stremo, che nei decenni è stato “razionalizzato” subendo tagli ai posti letto e ai posti di lavoro. Insomma, il virus ci ha trovati con le braghe calate e come al solito ci siamo dovuti affidare al sacrificio e alla buona volontà dei sanitari costretti a fare le nozze con i fichi secchi. I protocolli esistevano in effetti, già da anni, stringenti, precisi, rassicuranti. Peccato che non fossero applicabili perché prevedevano l’uso massiccio, ad esempio, di DPI. Mascherine, guanti, camici, che non avevamo.

Il personale sanitario sacrificabile

E quando c’è da sopperire all’incapacità manifesta della politica per salvare la pelle, noi italiani siamo dei fenomeni. Abbiamo inneggiato per mesi all’eroismo – parola che di per sé è una trappola – dei nostri infermieri, medici, OSS, tecnici, lavoratori delle mense, e delle pulizie, sottoposti a turni massacranti e senza protezioni, mettendo a rischio la loro vita per evitare il collasso sanitario. In barba a tutte le regole della sicurezza sul lavoro.

I personalismi di una comunità scientifica inesistente

Ma c’era da mettere in salvo gli italiani, e chi ha gestito la sanità per anni facendo danni, ha mandato avanti qualcuno che doveva sacrificarsi.
Tutto questo mentre i virologi si confrontavano in tivvù e diventavano dei personaggi, i politici dicevano e facevano cose, vedevano gente e facevano conferenze stampa. L’allora Governo Conte, spendendo cifre da capogiro che fino a quel giorno non riuscivano e non riuscivamo neppure ad immaginare, ha cercato di metterci una pezza. Come se in qualche cantina ci fosse occultato, in quiescenza, un mostro stampa euro che improvvisamente si era risvegliato sputando soldi.

L’uso strumentale della pandemia

Più volte abbiamo pensato: “Ma per sperperare in emergenza, non si poteva investire nella sanità con una programmazione intelligente e sensata? Se invece di tagliare i posti letto, molte decine di migliaia negli anni, e fare magheggi col personale costretto a turni senza senso, non si fosse “razionalizzato”, quanto avremmo risparmiato in termini di denaro e vite oggi?”.

Nel silenzio della Magistratura e della Corte dei Conti, la situazione si è trascinata per mesi, nella speranza che il Covid allentasse la presa e si svuotassero (le troppo razionalizzate) terapie intensive.

Diventeremo famosi per i DPCM, prorompenti nella nostra vita, che aspettavamo con ansia dalla voce di Giueseppe Conte, come un malato di lotto aspetta le estrazioni.

Palestre no, teatri neppure, cinema non se ne parla, però il caffè fuori dal bar va bene, e sull’autobus liberi tutti. La scuola, quella che fino al giorno prima avevamo aiutato portando da casa la carta igienica, è rimasta rigorosamente chiusa perché per anni il Ministero ha privilegiato le classi pollaio. Abbiamo sperimento la didattica a distanza dovendo fare i conti con un digital divide imbarazzante in una Paese che pensa di essere evoluto.

Il sottile confine tra l’improvvisazione e l’incompetenza

Un nazione tenuta insieme dal “nastro americano”, quello argentato, resistente, in balia di politici che un giorno proclamavano qualcosa e il giorno seguente un’altra, in perenne disaccordo e in perenne campagna elettorale. Virologi a chiacchierare nei salotti facendo ipotesi, spesso bisticciando tra loro, in cerca di visibilità personale.

E poi la continua rissa social dove chiunque veicolava infermazioni, notizie, statistiche, ipotesi. E ogni piccolo megafono che pareva essere leggermente più credibile faceva proseliti. Un Paese allo sbando con una classe politica in eterno equilibrio tra incompetenza e improvvisazione. Pagata bene però!

Noi cittadini, quelli del mondo reale, in attesa di capire quale sarebbe stato il nostro futuro.

Gli effetti collaterali

Gli effetti collaterali di una situazione del genere hanno originato movimenti che sui social  spiegano le loro teorie credibili, fantasiose, incredibili, visionarie, metafisiche. Talmente strampalate che  ascoltate in un bar nei tre minuti che ci servono per un caffè, ci avrebbero strappato un sorriso.

Se poi il nuovo Governo, che ha sostituito il precedente per fare le stesse cose, decide di accogliere il Certificato COVID digitale dell’UE per agevolare i vaccinati ma senza tener conto delle centinaia di categorie intermedie, allora il gioco è fatto. Nuotiamo in questo mare magnum di “open day”, “open Night”, dove l’unico messaggio che arriva è che “abbiamo vaccinato più del previsto”, “siamo primi in Italia”, “la gru più lunga”, “il mare più pulito”, “il bilancio più alto”, “l’indice RT più basso”, in una sorta di gara di celodurista memoria.

La banalità dell’ignoranza. I soliti insulti ai giornalisti

E nel “tutto quanto fa spettacolo”, potevano mancare gli insulti ai “giornalisti terroristi”?
Perché i giornalisti per strada di insulti ne ricevono tutti i i giorni. E di minacce anche. E spesso succede nelle conferenze stampa con il politico di turno, quando si viene aprostrofati come “porta sfortuna” o  quando si è bonariamente avvisati che un articolo non è così gradito anche se dice la verità. Perché i giornalisti devono state attenti quando parlano di un imprenditore che però è anche inserzionista. O di un Ente locale che però veicola pubblicità.

Siamo una comunità allo sbando, forse non siamo neanche più comunità, in balia di un sistema economico che ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue iniquità. La sanità pubblica è soffocata dall’emergenza e in difficoltà a occuparsi delle patologie che non siano Covid. La sanità privata si occupa di chi può pagare.

E mentre si sfila in corteo contro l’imposizione del Green pass pronunciando slogan vuoti e senza una minima ratio come “le legge razziali sono iniziate così”, arriverà l’autunno dei licenziamenti.
Buona fortuna a tutti, “io speriamo che me la cavo”.

fp

 

 

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