Un anno fa l’esplosione nell’hangar 12 a Beirut. I morti furono più di 200

Il Libano sull’orlo del baratro. Una crisi economica senza precedenti produrrà inevitabilmente ripercussioni nel Mediterraneo

Esattamente un anno fa, 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio esplosero nel porto di Beirut sventrando interi quartieri e causando un terremoto di magnitudo 3.5.
I morti furono più di 200, 7.000 i feriti, 300 mila gli sfollati.
I danni economici causati da quel disastro, secondo le stime della Banca Mondiale, ammontano a 4,2 miliardi di dollari. A questo rilevante aspetto economico, si affianca la mancanza di fondi per ricostruire una parte di città crollata sotto il peso della negligenza di chi si doveva preoccupare di non lasciare stoccati per ben 6 anni materiali pericolosi senza alcuna misura di sicurezza. Ma come sempre accade, dopo un anno da quella tragedia le indagini sono ferme, ostacolate da una classe dirigente, spesso corrotta, che si autoprotegge.

La crisi politica e quella economica

Il Libano sta vivendo una crisi economica senza precedenti. Senza un governo stabile dal 2019, dopo le dimissioni di Hassan Diab a causa l’esplosione del deposito 12 nel porto di Beirut, oltre il 50% della popolazione è sotto la soglia della povertà, un terzo dei dipendenti del settore privato hanno perso il lavoro e il tasso di disoccupazione è volato oltre il 40% e il costo degli alimentati è aumentato del 700%. 
La moneta ha percentuali di svalutazione che toccano il 90%.
Ma c’è di più. Forse questa crisi economica è anche la crisi di un sistema pervaso da  un settarismo esasperato che paralizza ogni decisione strategica per il paese. Un pasticcio di interessi di parte il cui principale obiettivo è di preservare i precari equilibri esistenti e di preservare a una classe dirigente corrotta i suoi privilegi.

Cristiani, Sunniti e Sciiti

La struttura politica si basa sulla distrubuzione delle cariche in base al censimento della popolazione, per cui il Presidente della Repubblica è cristiano, il Primo Ministro è musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento è musulmano sciita, del partito di Hezbollah.
Oggi la soluzione parrebbe essere il miliardario sunnita Najib Mikati, già primo ministro per ben due volte e rappresentativo di quel sistema clientelare che ha affossato l’economia del Libano.
Oggi si apre la nuova conferenza internazionale su Libano, fortemente voluta da Macron che si è ritagliato il ruolo di garante esterno del blocco filoccidentale in Libano. L’ombra di una nuova instabilità nel Mediterraneo è sempre più reale.

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