Stragi, senza finanziamenti la direttiva Draghi è un bluff. E non “apre” i documenti Nato

L’iniziativa potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio nella ricostruzione di alcune vicende drammatiche del nostro Paese

Anche uno studente universitario del primo anno in Storia sa che se c’è una cosa che non bisogna mai fare è smembrare una serie archivistica. Togliere dei faldoni. Riorganizzare secondo una nuova logica.
Per questo la nuova direttiva firmata dal presidente consiglio Mario Draghi, che declassifica i documenti su Gladio e P2, esattamente come quella di Matteo di Renzi del 2014, rischia di non essere una buona notizia. Un archivio è un unicum, un sistema organizzato secondo la logica dell’ente che lo ha prodotto. Estrarre delle carte significa toglierle dal contesto, cambiare ottica, perdere la complessità in cui si inserisce. Ciò è tanto più vero se la documentazione riguarda lo stragismo che ha colpito il Paese dalla fine degli anni ’60 fino agli anni ’90. In più di un’occasione sono emersi legami con la criminalità comune e mafiosa, con la massoneria e con il mondo della finanza. Per questo “più che per temi, sarebbe meglio declassificare per arco temporale” – spiega a Fivedabliu Ilaria Moroni, direttrice del Centro documentazione Archivio Flamigni, nonché promotrice della Rete degli archivi per non dimenticare e del portale fontitalirepubblicana.it.

La direttiva di Draghi segue e in un certo senso completa quella di Renzi, che nel 2014 aveva ordinato il versamento in Archivio centrale di tutta la documentazione sulle stragi di piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Questura di Milano, piazza della Loggia, Italicus, Ustica, Bologna e rapido 904. 

Accogliendo le richieste delle Associazioni dei parenti e del Comitato consultivo sulle attività di versamento, istituito dallo stesso provvedimento del 2014, la direttiva Draghi, sovviene alle “dimenticanze” della precedente e include i documenti che riguardano Gladio e loggia P2.

Dottoressa Moroni, come membro del Comitato consultivo sulle attività di versamento lei ha letto il provvedimento firmato da Draghi e non ancora pubblicato in Gazzetta. Cosa prevede esattamente?

Prevede che le amministrazioni centrali versino tutti i documenti su Gladio e P2 in Archivio Centrale, così come le amministrazioni periferiche nei rispettivi archivi di Stato. Con l’esclusione di quegli atti che coinvolgano la Nato o altre entità estere, per i quali si dovranno prima interpellare gli interessati. Infine l’Aise dovrebbe consegnare i documenti in suo possesso su Gladio, allora inserito nel servizio segreto militare.

Credibile?

I problemi sono infiniti. Una prima questione di fondo è che l’ente che per anni ha tenuto classificato un documento è lo stesso che dovrebbe liberalizzarlo. Non può funzionare così. E’ vero che si tratta sempre di archivisti, funzionari dello Stato, ma come in tutti i settori ci sono “i buoni e i cattivi”. L’archivio Russomanno (numero due dell’ufficio Affari Riservati al ministero dell’Interno, sciolto nel ’74) è stato trovato grazie alla segnalazione di un archivista dell’archivio centrale. Ma serve un controllo. Teoricamente il lavoro di cernita dovrebbe essere fatto insieme al Comitato, diretto dal sovrintendente dell’Archivio centrale dello Stato e in collaborazione con il Mic, il ministero della Cultura. Agli inizi della direttiva Renzi questa cosa non è stata fatta. Poi si è cercato di porvi rimedio. 

Come comitato consultivo abbiamo proposto la creazione di un osservatorio con potere di indirizzo e controllo, che garantisca una attuazione trasparente della direttiva. 

Gli enti hanno collaborato?

Dipende dalle amministrazioni. Abbiamo chiesto che per ogni singola amministrazione venisse nominato un referente con il quale interfacciarsi. Altrimenti succede come ci è successo con il ministero dei Trasporti. Ci rispondeva sempre una persona che non sapeva neanche cosa fosse un documento. Così abbiamo perso 6 mesi, per scoprire che il ministero dei Trasporti e dell’Aviazione non ha più un archivio. Non si trova. Se si considerano tutte le stragi avvenute su treni, aerei e stazioni, la cosa ha dell’incredibile. Nel vero senso della parola. 

Considerando la cronica carenza di personale negli archivi, è realistico il lavoro che gli si chiede di fare?

Se insieme con la firma, Draghi non prevede lo stanziamento di un budget, sono chiacchiere e basta. La direttiva Renzi aveva previsto un finanziamento di 600 mila euro. Le amministrazioni non versano in digitale e non versano ordinato. Quindi per essere consultabili i documenti devono essere ordinati, digitalizzati e catalogati. 

In attesa di vedere gli effetti di questi nuovi versamenti, è possibile fare un bilancio della direttiva Renzi?

Il mio parere personale è molto negativo, perché non si è pianificato e coordinato il lavoro sin dal principio. Gli enti hanno agito in autonomia. Così si è avuto chi ha versato e chi no. In generale i materiali che sono stati consegnati sono pochi e se sono stati estrapolati da fascicoli completi, non si possono più ricostruire. Sono perduti per sempre. 

Personalmente ho sempre pensato che se si rispettasse la legge e si versasse secondo quanto prescritto, non ci sarebbe bisogno di alcuna direttiva. 

E cosa spera possa emergere da questi nuovi documenti?

Su Gladio c’è il  problema dei documenti Nato, che non seguono lo stesso iter. Quindi da lì rispose non ne arriveranno. Non ne arriveranno neanche dai Servizi, visto che è segreto anche il regolamento che organizza il loro archivio. Non si conosce nemmeno il criterio secondo il quale loro classificano un documento. Va da sé che anche uno stupido capisce che ti fanno vedere quello che vogliono farti vedere. Ti accontenti di quello che ti danno e a quel punto cerchi di lavorare su quello che manca. Chi ha lavorato sui processi e conosce molto bene le carte giudiziarie può notare le discrepanze con quanto fornito dal Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e dall’Aise, Agenzia informazioni e sicurezza esterna.

La mia speranza personale è che escano documenti del Parlamento e delle Commissioni parlamentari. Moro, Stragi, P2, Sindona sono questioni ancora classificate. Se fossero rese consultabili, potrebbero essere messe a confronto con qualche commissario ancora in vita. 

Poi ci sono gli archivi privati, come quelli Andreotti e Craxi. Sono gestiti da Fondazioni in mano ai parenti, che per il momento si tengono ben strette le carte. Ma io sono fiduciosa che prima o poi vengano aperti. E allora, dall’incrocio degli archivi privati e da quelli giudiziari emergeranno e le vistosissime carenze istituzionali nel versamento. 

Chiara Pracchi

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