Uno dei primi soccorritori del Morandi: “Stampata nella memoria ho la scena di una famiglia schiacciata nell’auto e il pallone del bimbo nel bagagliaio aperto”

Vincenzo Andreone è stato tra i primi ad arrivare nell’inferno di cemento armato del ponte schiantato

Genova –  Sono l’auto e il pallone di un bimbo di sette anni e mezzo quelli rimasti stampati nella mente di Vincenzo Andreone, maresciallo della Finanza tra i primi ad accorrere sul luogo della tragedia. “Non dimenticherò mai la scena di un’intera famiglia schiacciata nella propria autovettura con il bagagliaio aperto e dentro il pallone del bambino”. Ce lo racconta tornando agli attimi concitati di quel 14 agosto di tre anni fa, quando mogli, mariti, fratelli, sorelle, e figli, si sono schiantati insieme al cemento e all’acciaio corroso del viadotto sul Polcevera.

Sono le 11:36 del 14 agosto 2018 quando il ponte Morandi collassa. Lei è stato tra i primi a intervenire sul luogo del disastro: si aspettava uno scenario apocalittico del genere? Cosa ha provato quando è arrivato lì?

“Più o meno intorno alle dodici già eravamo sul posto. Mi sono trovato di fronte a uno scenario, come diceva lei, apocalittico. C’era in atto un temporale con la pioggia che continuava a cadere ininterrottamente, con lampi e fulmini che squarciavano il cielo e tuoni che sembravano bombe atomiche. E poi ti vedi davanti questi blocchi di cemento di dimensioni enormi e lì per lì non realizzi. Ecco la mia sensazione personale è stata come se assistessi alla scena dall’esterno, chiuso in una bolla di vetro. Non hai contezza di tutto quello che c’è intorno. Persino i rumori come le voci dei colleghi, dei soccorritori, il rumore degli elicotteri che sorvolavano la zona, quelli delle sirene delle ambulanze, li sentivo come se fossero attenuati, era come se avessi le orecchie ovattate. Poi inizi a renderti conto del disastro e ti vedi lì per lì impotente di fronte a questi blocchi interi di cemento. Quintali e quintali di cemento, per cui non puoi fornire soccorsi subito scavando con le mani. E non avevamo altro che le mani perché una volta che abbiamo ricevuto l’allerta siamo partiti subito, così come eravamo, perfino in abiti civili con giusto una pettorina per consentire l’identificazione del corpo della Guardia di Finanza”.

Il crollo del Morandi, dunque, è stato molto diverso da un terremoto?

“Credo che sia un po’ diverso sì, perché le ripeto ci trovavamo di fronte a questi blocchi di cemento che ricoprivano le autovetture e non erano macerie di piccola stazza che ti consentivano magari di fornire i primi soccorsi scavando a mani nude o comunque con l’ausilio di attrezzature come una pala o qualsiasi attrezzo che lì per lì ti può essere utile. E quindi ribadisco la sensazione di impotenza di fronte a questo disastro”.

Cos’è la prima cosa che avete fatto?

“L’unica cosa che abbiamo potuto fare nell’immediatezza è quella di andare dove vedevamo delle autovetture schiacciate dal cemento e urlare se ci fosse qualcuno al di sotto, con la speranza che magari ti arrivasse una risposta positiva, una voce, sentire qualcuno che batteva sotto le macerie. Quando poi abbiamo cominciato a trovare i primi corpi, abbiamo iniziato ad allestire una camera ardente provvisoria che consentisse poi la successiva identificazione delle vittime. È stata un’esperienza tragica dal punto di vista professionale e umano. Mi rimarrà nella mia memoria per tutta la vita la scena di un’intera famiglia schiacciata nella propria autovettura con il bagagliaio aperto e dentro il pallone del bambino”.

Che cosa passa per la mente di un soccorritore in momenti come quelli?

“Solo quando sono arrivato a casa, dopo ore e ore di soccorso che era ormai notte e ho acceso la tv, ho realizzato quello che realmente era accaduto, la tragedia che purtroppo conosciamo tutti. Lì per lì, a caldo, cerchi soltanto di renderti d’aiuto, cerchi di metterti a disposizione e fai di tutto per tirar fuori dalle macerie delle persone ancora vive”.

Simona Tarzia

 

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