Dall’Afghanistan non scappano proprio tutti: Cina, Russia, Turchia e Iran non chiudono le ambasciate

L’Afghanistan è uno dei paesi più poveri dell’Asia Centrale ma vale mille miliardi di dollari

Dall’Afghanistan non stanno scappando proprio tutti. E mentre L’ISAF, la Coalizione Internazionale, continua l’evacuazione, alcune potenze si assestano e studiano le possibili strategie da adottare per l’immediato futuro e per quello a medio termine. Così, dopo Cina, Russia e Turchia, anche l’Iran ha annunciato l’intenzione di mantenere aperta la propria ambasciata a Kabul e si propone come interlocutore delle prossime istituzioni.

Partiamo da un dato certo. L’Afghanistan ha una posizione strategica in Asia Centrale e il contenuto del sottosuolo è stimato in oltre mille miliardi di dollari, ma è anche uno dei paesi più poveri dell’area e dipende per l’80% dagli aiuti internazionali. E il rischio che possa diventare l’epicentro di una nuova stagione terroristica è tutt’altro che remoto.

Dai talebani parole rassicuranti

E molti dubbi rimangono nonostante le parole rassicuranti del portavoce dei talebani  Zabihullah Mujahid che il 17 agosto, in conferenza stampa, ha annunciato la volontà di “rispettare i diritti delle donne, all’interno della legge islamica e promesso un’amnistia generale, per tutti quelli che “hanno collaborato con gli americani”, inclusi funzionari e militari”. Mujahid ha anche dichiarato che il nuovo governo si impegnerà a fare in modo che nessuno usi mai più il paese “per esportare oppio” o per “organizzare attacchi terroristici”.

La retorica della Cina

Le prime parole del portavoce del Ministro degli Esteri cinese Hua Chunying hanno rispettato le aspettative dei talebani dopo l’incontro di un mese fa con il Ministro degli Esteri Wang Yi, dove sembra che l’argomento all’ordine del giorno fosse il contenimento della criminalità e del terrorismo.

La Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare in modo indipendente il proprio destino e futuro, ed è disposta a continuare a sviluppare relazioni amichevoli e di cooperazione”.

I media cinesi

“La disfatta americana” è stata sottolineata con enfasi da tutti i media cinesi che hanno anche accusato Washington di “ aver fallito con il “progetto di voler esportare democrazia ma in realtà di saper solo distruggere senza costruire”.

La ricostruzione del tabloid Global Times

E il Global Times, tabloid quotidiano cinese prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, il Quotidiano del Popolo, azzarda alcune ricostruzioni storiche dove gli americani ricoprono il ruolo di traditori patentati e dove non manca un monito a Taiwan.

“Molte persone non possono fare a meno di ricordare come finì la guerra del Vietnam nel1975: gli Stati Uniti abbandonarono i loro alleati nel Vietnam del Sud. Dopo la caduta di Saigon, gli Stati Uniti hanno evacuato quasi tutti i loro cittadini. E nel 2019, le truppe statunitensi si sono ritirate bruscamente dal nord della Siria e hanno abbandonato i loro alleati, i curdi. Alcuni storici sottolineano anche che abbandonare gli alleati per proteggere gli interessi degli Stati Uniti è un difetto intrinseco che è stato profondamente radicato negli Stati Uniti sin dalla fondazione del paese. Durante la guerra d’indipendenza americana, gli Stati Uniti pregarono umilmente il re di Francia, Luigi XVI, di allearsi con loro. Dopo la guerra, fece rapidamente pace con la Gran Bretagna unilateralmente e concluse un trattato di pace che era dannoso per gli interessi della Francia. Ciò mise il regime di Luigi XVI in una posizione difficile, causando la Rivoluzione francese”.

Il monito a Taiwan

“Il modo in cui Washington ha abbandonato il regime di Kabul ha particolarmente scioccato alcuni paesi asiatici, compresa l’isola di Taiwan. Taiwan è la regione che fa più affidamento sulla protezione degli Stati Uniti in Asia e le autorità del Partito Democratico Progressista (DPP) dell’isola si sono spinti verso un percorso politico anomalo. La situazione in Afghanistan ha visto un cambiamento radicale dopo che il paese è stato abbandonato dagli Stati Uniti. E Washington è appena andata via nonostante il peggioramento della situazione a Kabul. È una specie di presagio del destino futuro di Taiwan?”.

Per i cinesi anche un problema di sicurezza

Ma le preoccupazioni cinesi nei confronti dell’Afghanistan riguardano soprattutto la sicurezza.  Pechino condivide un confine di 76 chilometri con l’Afghanistan, il corridoio del Wakhan e farà di tutto per evitare che diventi un sostegno per i separatisti uiguri di minoranza islamica nella delicata regione di frontiera dello Xinjiang. In cambio, è pronta a offrire ai talebani il riconoscimento internazionale di cui hanno bisogno e a sostenere la ricostruzione e lo sviluppo dell’Afghanistan coinvolgendo il paese nella Belt and Road Initiative, con investimenti e progetti.

Russia, defilata e attendista

“Vi garantisco che i talebani prenderanno il potere a Kabul entro settembre” sosteneva una fonte diplomatica anonima russa al Financial Times, lo scorso 22 luglio. “Ma non hanno idea di come governare: sono fermi al 13° secolo, sarà un disastro”.

Preoccupano Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan

Dopo aver lasciato sul campo afghano molti uomini nel decennio 1979-1989, oggi anche i russi con molta probabilità propenderanno per un approccio pragmatico con i talebani. Mosca non condivide frontiere con l’Afghanstan ma è la continuità territoriale del nuovo Emirato islamico con Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan a preoccupare.

Il Governo russo, alla luce della partenza americana dall’Afghanistan ha deciso, da una parte per il dialogo con i leader talebani, ma dall’altra ha aumentato le esercitazioni militari con le ex repubbliche sovietiche a maggioranza musulmana lungo il confine afghano.

In una dichiarazione Fyodor Lukyanov, Presidente del Consiglio russo per la politica estera e di difesa, ha apertamente dichiarato che “negli anni ’90 quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul, hanno determinato una serie di effetti a cascata distruttivi sui paesi vicini”. Il timore è che capiti di nuovo e che l’ideologia estremista salita al potere con i talebani possa fuoriuscire dall’Afghanistan e contagiare paesi partner e governi “amici”.

Pakistan e India, vincitori e vinti

Il governo Pakistano ha accolto con esultanza la notizia della loro entrata a Kabul. Poche ore dopo il premier Imran Khan ha twittato: “il popolo afghano ha finalmente rotto le catene della schiavitù”.

Difficilmente senza il sostegno  dell’establishment militare e dell’intelligence pakistana, i talebani sarebbero riusciti a resistere a 20 anni di occupazione americana.

L’analisi del Times

Sulle colonne del TIMES si legge: “Dobbiamo riconoscere che il singolo fattore più importante nella vittoria dei talebani è stato il loro impegno, coraggio e grinta. Tuttavia, senza il riparo e il sostegno del Pakistan, oggi non marcerebbero per le strade di Kabul. Resta da vedere quanto saranno grati in futuro all’aiuto ricevuto. Ma il Pakistan non lo stava facendo per loro. La strategia del Pakistan di aiutare i talebani derivava da lunghi timori riguardanti l’Afghanistan, alcuni dei quali esistono da quando il Pakistan è diventato uno stato nel 1947.

Questi timori riguardavano l’alleanza afghana con l’India e il sostegno afghano alla ribellione all’interno del Pakistan, e sono stati quindi notevolmente ridotti dalla vittoria dei talebani. L’India è aspramente ostile ai talebani ed è molto improbabile che possa allearsi con loro; e se i talebani sostengono la ribellione islamista contro il Pakistan, bloccheranno le rotte commerciali dell’Afghanistan verso il mare. La forte alleanza del Pakistan con la Cina che è enormemente più ricca di quanto non fosse 20 anni fa, dà al Pakistan anche la speranza che gli investimenti cinesi in Afghanistan possano aiutare a mantenere il governo talebano allineato con gli interessi pakistani. Il Pakistan può quindi permettersi di essere abbastanza fiducioso sulle conseguenze positive della vittoria dei talebani”.

 

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