‘Ndrangheta: Calabria e Lombardia legate a doppio filo

Belnome, capolocale di Giussano: “Il Nord non conta niente senza la Calabria”

Catanzaro – La notizia non meraviglia più di tanto. Quante volte abbiamo sentito o letto di mafiosi latitanti che stanno nascosti come topi dentro a un buco circondandosi di rosari e di effigi sacre? Dentro ai loro nascondigli abbiamo persino letto: “Dio proteggi questo bunker”.
Il riferimento è al recente arresto da parte dei Carabinieri, dei GIS e dei “Cacciatori di Calabria” di Cosimo Damiano Gallace, ricercato da un anno e che deve scontare 14 anni di carcere per associazione mafiosa. Gallace, che è considerato il reggente dell’omonima ‘ndrina dopo l’ergastolo confermato per suo padre Vincenzo, si nascondeva a Isca sullo Ionio, in un appartamento da cui era stato ricavato un bunker, all’interno di  un’azienda di calcestruzzo.

La ‘ndrangheta a Seregno

Per capire come le mafie inquinano la nostra economia e le nostre vite, e in questo caso si parla di Gallace e quindi di ‘ndrangheta, bisogna fare un passo indietro di qualche anno e andare non in Calabria ma in Lombardia.

Nella sentenza del processo contro la ‘ndrangheta a Seregno del 6 dicembre 2012 si legge: “L’istruttoria dibattimentale ha confermato come in regione Lombardia la ‘ndrangheta sia riuscita a ricreare una struttura parallela, dotata di un alto grado di autonomia d’azione attraverso le locali, almeno 15 quelle individuate. La presenza dell’associazione criminale e le attività criminose poste in essere sul territorio hanno esposto e continuano ad esporre a grave rischio il tessuto economico, sociale e produttivo della Lombardia”.

“Siamo 500 uomini”

E in effetti in un’intercettazione tra ‘ndranghetisti, registrata nel 2008, si sente: “L’uomo è attivo da tutte le parti…l’uomo è attivo sia qua, sia quando scende giù, sia quando va in Australia…è dappertutto”.
E ancora: “Vedi che siamo venti locali, siamo cinquecento uomini, Cecè, vedi che non siamo uno…vedi che siamo cinquecento uomini qua in Lombardia, ci sono venti locali aperti”. Queste le parole di Saro Minasi mentre parla con Vincenzo Raccosta, che sarà poi assassinato nel maggio 2012 in Oppido Mamertina.
E di fatto le indagini dell’operazione Crimine Infinito hanno evidenziato che le “locali” di ‘ndrangheta sono a Bollate, Cormano, Milano, Pavia, Corsico, Mariano Comense, Seregno-Giussano, Desio, Rho, Pioltello, Legano, Erba, Bresso, Limbiate, Canzo, Solaro.

Associazione ‘ndranghetista “La Lombardia”

Di più. Sempre nello stesso processo del 2012, si scopre che l’associazione ‘ndranghetista denominata“La Lombardia” è costituita anche da imprenditori  che vivono sul territorio da tre generazioni e che quindi in molti casi godono dell’accettazione sociale. E infatti negli atti processuali un altro passaggio importante riguarda come “l’integrazione dell’associazione criminale nel mondo economico/imprenditoriale e politico/istituzionale della Lombardia evidenzia la capacità di condizionare e/o guidare processi amministrativi, fino a determinare o quantomeno indirizzare la scelta o l’elezione di candidati utili al raggiungimento delle finalità dell’associazione”.

I boss nel circolo intitolato a Falcone e Borsellino

Ma la presenza della mafia calabrese non è solo pratica ma anche simbolica, e possiamo condensarla nella raffigurazione plastica della riunione del 31 ottobre 2009, allorquando i rappresentanti delle locali lombarde si trovarono seduti a un tavolo del Circolo ARCI intitolato a Falcone e Borsellino, per eleggere il loro nuovo responsabile, sotto l’egida della madrepatria calabrese e la guida di Giuseppe Antonio Neri, detto Pino.
La scena si snoda con il lungo discorso di Antonio Neri, che culmina nella votazione per alzata di mano e in un brindisi alla memoria di Nunzio Novella, assassinato circa un anno prima.
Ci sarebbe materiale sufficiente per un film.

I boss nostalgici dei bei tempi andati

Tuttavia la vera miniera di elementi di prova è rappresentata dalle conversazioni ambientali. Tanto per citare quelle più rilevanti per quantità e qualità, parliamo dei colloqui mattutini, quasi quotidiani, tra Enzo Mandalari e Pietro Francesco Panetta, detto Sasà, mentre i due si trovano a bordo della Range Rover di Mandalari.
Si tratta  di veri e propri bollettini di aggiornamento sulla situazione delle singole locali, de “La Lombardia” e della Calabria, conditi da nostalgiche incursioni nel passato in cui si rievocano vecchi episodi, si rimpiangono sodali che non ci sono più, si torna con la memoria alle antiche usanze, e i due  ricostruiscono anche la genesi e la storia dell’associazione criminosa.

Più traffichi più conti

In questi dialoghi, alternando la nostalgia per i vecchi uomini d’onore uccisi o passati a miglior vita per raggiunti limiti di età, alla scarsa durezza dei giovani, i due boss parlano di traffici di sostanze stupefacenti. Se il narcotraffico assume una dimensione rilevante è onorevole e dà lustro alla locale, se invece lo spaccio è di piazza viene tollerato solo per consentire agli affiliati di mantenersi, ma quando ciò rischia di compromettere la sicurezza del gruppo, l’affiliato viene provvisoriamente distaccato.

È dunque evidente che Mandalari e Vetrano discutono di regole di ‘ndrangheta, che Bollate non è inteso quale luogo geografico, ma indica una locale, che i valori ai quali si professano fedeli sono le regole dell’associazione criminale, tanto che colui che meglio li rappresenta è Toni Rampino, un vecchio sodale che, secondo quanto affermato dallo stesso Mandalari, gli avrebbe conferito a Genova una “dote” altissima che pochissime persone detengono, quella del Conte Agadino.

I gradi nella ‘ndrangheta

E qui, per amor di chiarezza, bisogna fare una leggera deviazione per spiegare bene chi sia il Conte Agadino.
I gradi di affiliazione alla ‘ndrangheta sono chiamati “doti” e sono come i gradi militari ma non si acquisiscono per anzianità bensì per capacità imprenditoriale e fedeltà alla “mamma”, cioà la Calabria.
La struttura gerarchica è divisa in Società Minore e Società Maggiore. Il primo grado nella Società Minore è il “picciotto” che nel rito di affiliazione riceve il “battezzo”. Il secondo grado di affiliazione si chiama “camorra” che è riferito a quella campana, e il terzo grado è lo “sgarro”.

La “Santa” è il primo passo verso l’olimpo

L’ingresso nella “Santa” rappresenta la prima dote della Società Maggiore, subito sopra nella gerarchia abbiamo il “vangelo”, dopo il “vangelo” vengono il “trequartino” e il “quartino “. Poi il “padrino” e la “crociata “.
Le doti, che però appartengono più specificatamente alla ‘ndrangheta del nord, sono “stella”, “bartolo “, “mammasantissima”, “infinito ” e “conte Ugulino” o “conte Agadino”.
Il rituale è mediato da Osso, Mastrosso e Carcagnosso i tre cavalieri che la leggenda racconta siano scappati dalla Spagna dopo aver ucciso il violentatore della loro sorella, e poi riunitisi a Favignana dove costruirono le regole dell’Onorata Società.

Mafioso incensurato

Mandalari, imprenditore incensurato, occupa quindi uno dei ruoli di maggior potere nell’associazione “La Lombardia” ed è molto vicino a Vincenzo Gallace, che governa la “locale” di Bollate. Ma resta vivo il legame con la Calabria perché lassù, in Lombardia, arrivano molti affiliati da Rosarno e quindi la vicinanza e rispetto nei confronti di Mico Oppedisano che di Rosarno è il reggente, sono dovuti.

Ma una struttura così ben oliata, tra riti di affiliazione, uomini d’onore, estorsioni, traffico di cocaina, pizzo, affari e politica, rischia di cadere come un castello di carte se improvvisamente qualcuno decide di collaborare.

Operazione “Ulisse”

E questo succede quando nel 2012 scatta l’operazione “Ulisse”. Le indagini della Dda di Milano, portano all’arresto di 37 persone dando un duro colpo alle cosche radicate tra Milano e Monza. Le accuse sono di estorsione, usura, minacce, detenzione di armi. Le indagini coordinate da Ilda Boccassini hanno messo in manette Ulisse Panetta, boss della “Locale” di Giussano, oltre ad alcuni appartenenti alle cosche di Cristello e Corigliano.

I boss pentiti

L’anello debole dell’organizzazione ‘ndranghetista è un pentito di nome Michael Panajia, finito in carcere con un altro pentito eccellente, Antonino Belnome, e sono i responsabili dell’omicidio di Carmelo Novella. Entrambi, in tempi differenti si sono alternati al comando della “locale” di Giussano di cui conoscono affiliati, legami e affari.

Ulisse Panetta, della “Locale” di Giussano, “riattivata” nella primavera 2008 per volere di Vincenzo Gallace e con il parere favorevole di tutti i vertici della “Lombardia”, all’epoca rappresentata da Carmelo Novella, risulta direttamente collegato alle locali di Guardavalle, Monasterace e Stignano, con a capo rispettivamente Vincenzo Gallace, Andrea Ruga e Cosimo Leuzzi.

La carriera di Ulisse Panetta

Panetta è in possesso della dote del “vangelo”, dapprima “contabile” e “mastro di giornata”, quindi, dopo l’arresto di Belnome, “capo società”.
È lui che sovrintende alla gestione dell’armamento in dotazione alla locale: pistole, fucili, munizioni ed esplosivo. Mantiene i contatti con gli esponenti delle famiglie di riferimento in Calabria, mandando e ricevendo “ambasciate”.
Provvede a mantenere i contatti con le famiglie degli arrestati della locale nelle operazioni del luglio 2010 e dell’aprile 2011.
Partecipa ai summit nel corso dei quali vengono conferiti a lui stesso e ad altri doti e cariche.
Partecipa alla pianificazione delle attività criminali della locale percependone anche parte dei proventi.
Insomma il suo arresto, che dà anche il nome all’operazione, è un vero e proprio terremoto nell’organizzazione mafiosa lombarda.

Gli affari dei Gallace in Lombardia e in Calabria

Quindi la famiglia Gallace, che ricopre ruoli di comando sia in Calabria che in Lombardia è  il chiaro esempio di come la ‘ndrangheta gestisca i rapporti e gli affari lungo tutta la penisola.

È arrivato il momento di tornare alla notizia iniziale, quella di un boss latitante che si nascondeva in un bunker.
Il 15 marzo 2021 Il Tribunale di Catanzaro emette un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 21 persone accusate a vario titolo “di importazione, trasporto, detenzione, commercializzazione, cessione, a qualsiasi titolo, di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti prevalentemente del tipo cocaina e comunque, di vario tipo anche marijuana, eroina, e hashish tutti operanti nel quadro di un’unica determinazione criminosa mirata ad attuare le strategie e le finalità tipiche dell’organizzazione criminale dedita ad attività di narcotraffico, dì matrice ‘ndranghetistica in quanto servente gli interessi della cosca Gallace di Guardavalle, con base direzionale a Guardavalle, luogo di radicamento della cosca…”.

Cosimo Gallace è in manette

Cosimo Gallace, l’abitante del bunker, era considerato “al vertice del sodalizio, dopo la sua scarcerazione, nell’anno 2014, dimorante prevalentemente a Guardavalle (CZ); nell’esercizio della sua posizione di leadership territoriale rappresenta il principale promotore, organizzatore e direttore dell’associazione, punto di riferimento di tutti gli associati per ricevere le indicazioni sulla strategia operativa e le direttive nelle attività da intraprendere. Gallace, unitamente a Francesco Riitano, promuoveva, organizzava e finanziava l’approvvigionamento di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo cocaina dal Sudamerica (in particolare dalla Colombia), dalla Nuova Zelanda e dall’Australia”.

 

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