Begato, oh cara

Genova verticale, vertigine, aria,scale

Tra simbolo e retorica anche l’ultimo muro della Diga di Begato, non casualmente all’estrema periferia del ponente genovese, ha finito per essere mangiato e per dissolversi. Quasi si trattasse di una infinita pena del contrappasso per la nostra città. Una sorta di estremo rifiuto del degrado e dell’aberrazione, trasformazione ingiuriosa di quel concetto di “Genova verticale, vertigine, aria, scale” espressa magistralmente nel 1956, solo qualche anno prima del sopravvento del boom economico, dalla poesia di Giorgio Caproni “Litania”.

Sbocconcellato, prima dal becco vorace di quelle gru con tanto di lungo “collo” telescopico, portate sin lassù, in collina, anche per scopo coreografico – almeno un po’ – durante la cerimonia del giorno di inizio dei lavori. E poi abbattuto definitivamente con macchinari più normali proprio venerdì, nel corso dell’ennesima rappresentazione. “Un muro di piastrelle azzurre. Un bagno, forse. Affacciato su un cumulo di macerie. E una scala che non porta da nessuna parte. È più o meno tutto ciò che rimane della grande Diga di Begato, pochi minuti prima che le pinze delle tre gru, come dinosauri affamati, comincino a fare a pezzi anche quello”. Emanuele Rossi, per “Il Secolo XIX”, descrive così, con umana partecipazione, quanto hanno potuto vedere i politici presenti al momento cruciale dell’ultimo abbattimento e, mischiato a loro, qualche abitante “nostalgico”. E prosegue: “Qualcuno, tra coloro che guardano ha gli occhi lucidi. Sarà anche stato il simbolo di un’urbanistica fallimentare, della concentrazione di un disagio sociale nella periferia della periferia. Ma per 770 persone, tanti sono stati trasferiti dal 2018 al 2020, prima che partissero le ruspe, questa era solo “casa” “.

L’esaltazione dell’emergenza

E nell’ultima rappresentazione di venerdì c’è l’essenza delle ultime amministrazioni di centrodestra sul nostro territorio, passate attraverso il doppio mandato di Giovanni Toti in Regione e quello in attesa di una possibile riconferma del sindaco Marco Bucci a palazzo Tursi. E ci sono, almeno a leggere tra comunicati e controcomunicati dei politici presenti, sino ad osservare il “linguaggio del corpo” di altri che preferiscono il silenzio, anche i movimenti sussultori/ondulatori della compagine che amministra Regione e Comune.

Di più perché in estrema sintesi, la caduta dell’ultimo muro, è la tangibile raffigurazione di una nuova filosofia. Non casualmente ha spiegato Marco Bucci: “Si tratta di un vero e proprio cambio di rotta nell’ambito dell’edilizia sociale, verso un quartiere con più servizi ma con maggiore qualità della vita. Non ci fermiamo qui vogliamo che in ogni zona di Genova coesistano abitazioni, uffici, servizi e negozi”.

E, probabilmente, anche se è timoroso di proclamarlo apertamente, è proprio attraverso questi esperimenti che passa la rinnovata vision del sindaco di Genova  che, almeno per il momento, punta/spera nella riconferma.

A ben vedere una serie di scelte urbanistiche per la nostra città. Fatte, magari, di piccole opere e di piccoli passi che finiranno per cambiare, se non addirittura stravolgere, la lenta trasformazione iniziata negli anni Sessanta. Non a caso dal 1956 al 1975 si succedettero quattro sindaci democristiani, sino al passaggio di consegne a Fulvio Cerofolini con la prima giunta di centrosinistra nel 1976. Per un ventennio di grandi trasformazioni, sia dal punto di vista di aree imprenditoriali, sia per quanto riguarda la trasformazione urbanistica e residenziale. Con la necessaria costruzione di opere viarie e di collegamento, dalla Sooraelevata Aldo Moro e da corso Europa al famigerato ponte Morandi.

La crisi e il decremento demografico

Con un incremento anche per quel che riguardava la densità abitativa. Basti pensare che quaranta anni fa la città contava 816.872 residenti, facendo registrare nel giro di vent’anni, dal 1951 al 1971 un incremento di 128.425 residenti, con una crescita costante decennale, dal 1951 al 1961 di oltre cento mila abitanti e più o meno altrettanti nel decennio successivo dal 1961 al 1971. Tanto che si pensava di arrivare nel successivo decennio a toccare e superare il traguardo  dei novecentomila abitanti. Invece inizia la decrescita. Con il primo segnale negativo – 6,6 per cento ( – 53977 abitanti) nel 1981, che diminuiscono ancora nel 1991, – 11 per cento. Decremento che continua anche nel successivo decennio, quasi stabilizzato nel 2001 – 10, 1 per cento.

E non a caso sono gli anni in cui tra porto e partecipazioni statali, piano piano si passa dal boom economico alla crisi. E, probabilmente rileggere le cifre del decremento demografico di Genova, con una popolazione che nonostante i proclami viaggia verso una decrescita, più o meno felice, legandola alla permanenza o all’abbandono di imprese e marchi imprenditoriali e alle travagliate scelte urbanistiche, potrebbe essere un utile approfondimento per il futuro prossimo. Begato e l’edilizia sociale, come molti quartieri ERP progettati negli anni Settanta e realizzati solo nel decennio successivo sono anche l’ espressione di quel momento socio-economico. Dimenticarlo è frutto di una colpevole quanto mistificatoria semplificazione. Con il fine di indurre il ragionamento verso un facile populismo.

L’abbattimento, un simbolo per il Centro Destra

Racconteranno, raccontano, hanno raccontato che la colpa è tutta di chi ha governato la città e la Regione per oltre quarant’anni. Si dimenticheranno di dirvi che, almeno in Regione, ci sono stati una serie di “ribaltoni” con qualche presidente, prima democristiano e poi di centrodestra. Allo stesso modo faranno passare l’edilizia sociale, prevista dalle leggi dello stato e con adeguati finanziamenti, come un modo per incentivare gli introiti di qualche ricca azienda/cooperativa edilizia e per blandire qualche architetto di successo. Il che non vuol dire che non sia realmente accaduto. Sosterranno che abbiano fatto di necessità una discutibilissima virtù. Il che, parimenti, non vuol dire che non sia andata proprio cosi’.

Ma dimenticano di osservare che in Italia, e soprattutto in materia di leggi, finanziamenti e realizzazioni di immobili non residenziali, fra il dire e il fare c’è sempre stato di mezzo il mare. E che a Genova, in particolare, scottata dall’espansione edilizia senza controllo, degli anni precedenti, proprio nella seconda metà degli anni settanta venne varato un piano regolatore che affrontava la necessità di aree urbane destinate a servizi pubblici e spazi verdi in una città che negli anni Cinquanta e Sessanta era cresciuta prepotentemente e con una scarsissima visione alla qualita’ della vita. Motivo per cui il piano regolatore in quei tempi era particolarmente rigido. Con la conseguenza che la costruzione di Begato e delle Dighe, proprio all’inizio del periodo della decrescita demografica, potrebbe apparire, a conti fatti e senza approfondirne la storia di quel periodo, quasi un controsenso.

Eppure ancora oggi, al di là della ragione di sanare un’espressione del degrado sociale rinchiuso in un ghetto, esiste un filo, nemmeno troppo sottile, che lega l’abbattimento del quartiere popolare diventato l’emblema da comunicare dell’attuale politica edilizia di questa giunta. Una giunta e un’amministrazione contraddistinte da lunghe serie di varianti al piano urbanistico, da qualche grande opera, frutto non soltanto dell’emergenza o della situazione di degrado e da una diffusione a pioggia di supermercati e di nuovi centri abitativi, soprattutto residenziali.

Quel porticciolo per il nautico

Perché dopo aver inaugurato, ormai oltre un anno fa, il ponte San Giorgio – affatto casualmente, o forse si’, appena un mese prima delle ultime Regionali – al sindaco/commissario Marco Bucci occorrerà, plausibilmente, un altro cantiere degno di analoga suggestione per “dopare” almeno un po’ la sua prossima campagna elettorale. Non a caso un cantiere centrale e sotto gli occhi di tutti come quello dell’ex Fiera di Genova. Altra area appetita ed appetibile, con vista mare, abbandonata e lasciata ormai da qualche anno ad un discutibile degrado. Addirittura, dopo il fallimento della Fiera di Genova spa, diventata ricovero per i migranti e, durante la pandemia, un hub vaccinale. Un tempo area di confine con le riparazioni navali e persino sede di alcuni istituti della facoltà di ingegneria, e del palazzo della Nira, oltreché del Palasport, luogo in cui sono stati ospitati non solo meeting sportivi di varie discipline, dal calcetto all’atletica, dal motocross alla pallacanestro e al tennis, ma anche molti storici concerti. Tra questi anche quello dei Beatles, il 26 giugno del 1965. Un’area  Impreziosita dal porticciolo che ogni anno si rifà il trucco in occasione dello svolgimento del Salone Nautico. E poi al termine della manifestazione per riprendere l’abituale torpore da letargo.

Comunque in molti hanno voluto attribuire il decadimento finanziario della società per azioni con contributi pubblici e il successivo fallimento alla spesa per la costruzione del padiglione Blu o Jean Nouvel, allestito in due anni e terminato nel 2008, si dice fortemente voluto da due sindaci della maggioranza di sinistra di quegli anni:  Beppe Pericu e Marta Vincenzi. Onerosa la costruzione e costosissima, soprattutto, la manutenzione. Anche se, a mio avviso, la Fiera di Genova spa ha finito per pagare non soltanto il cambio di mentalità nella gestione e nel calo degli eventi ma anche la concorrenza con il polo del Porto Antico. Tanto che, a mio parere, anche Marta Vincenzi aveva già a suo tempo e in qualche modo messo le mani avanti in vista di una possibile trasformazione e vendita dell’area. Fino a decidere di affidare la presidenza della società ad un avvocato e manager che era stata a suo tempo presidente della Spim, la società per la promozione del patrimonio immobiliare controllata dal Comune di Genova.

È finita con la società in liquidazione nell’aprile di cinque anni fa con un deficit stimato già nel 2013 di quattro milioni di euro, salito in seguito a sei milioni.

Da Fiera di Genova a Waterfront di Levante

Comunque corsi e ricorsi, o come si suol dire… nulla di nuovo sotto al sole. Perché il defunto senatore Carlo Pastorino – quattro legislature con altrettante elezioni nel collegio di Genova IV nelle fila della Democrazia Cristiana, tra il 1972 e il 1987, ministro al Turismo e Spettacolo e sottosegretario alla difesa in due successivi Governi Andreotti, presidente dal 1967 al 1970 della Provincia di Genova, vicepresidente del consiglio regionale – ideatore e primo presidente della Fiera di Genova, appena costituita, all’epoca della sua edificazione nel 1962, oltre  mezzo secolo fa, si ritrovò a rispondere agli scettici che se le cose fossero andate male quella colata di cemento fronte mare alla foce del Bisagno e a chiudere corso Marconi, avrebbe potuto tranquillamente essere trasformata in edifici residenziali in una zona pregiata da vendere ai milanesi. Percezione, quella di Pastorino, uomo dotato del fiuto per gli affari, come presidente dell’ordine degli agenti di cambio a Milano, tramandata sino ai giorni nostri con il progetto del Waterfront di Levante dell’architetto archistar del ponte, Renzo Piano. Con l’ex quartiere fieristico riqualificato, con tanto di grande parco urbano, l’antica darsena ingrandita grazie ad alcuni canali navigabili, residenze, uffici, studentato, retail, albergo e il rinnovato palasport. Con una profonda attenzione verso gli spazi aperti sull’acqua e l’affaccio che diventa sutura tra città e mare. Più o meno, lo stesso intendimento che aveva mosso Piano nella progettazione quasi venti anni fa del porto antico.

Il tutto grazie all’impegno di capitali privati investiti soprattutto a fini residenziali con una spesa per l’acquisto dell’area di 14 milioni e 250 mila euro e un investimento complessivo per il recupero di 94 milioni di euro. La conferma, insomma  della GenovaMeravigliosa che può davvero diventare anche sobborgodiMilano.

Una sorta di cesura fra la progettazione e il cambiamento di rotta con spostamento verso il terziario e l’ospitalità turistica degli anni Sessanta/Settanta e la conseguente polemica politica fra chi vedeva il futuro nella “città dei camerieri” e chi al contrario intendeva continuare a vedere Genova come città dei portuali e degli operai. Come dicevo, nulla di nuovo sotto al sole. Specie se è possibile disporre in fase di trasformazione di forti investimenti dello stato. È accaduto tra il 1990 e il 1992 in occasione dei mondiali di calcio e delle celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America. E’ riaccaduto nel 2004 quando Genova fu la capitale europea della cultura.

Succederà ancora in seguito alla tragedia del crollo del Morandi con l’impegno di Aspi a risarcire il danno.

La maledizione del tunnel

Vale anche per il ritorno in auge del progetto di tunnel subportuale che ha unito le fantasie di ben tre sindaci, Pericu, Vincenzi e Doria e di un governatore Claudio Burlando sul quale si è ritrovato a fantasticare nuovamente anche il sindaco Marco Bucci. Racconta Elisabetta Biancalani in un articolo su PrimoCanale.it dal titolo : “Una storia lunga ma con un comune denominatore: l’impossibilità ad essere realizzato. Il tunnel sotto il porto dei quattro sindaci: sempre fallito in 20 anni”. “Non c’è sindaco, dal 2002 a oggi, che non abbia provato, fallendo, a riesumare (o creare in origine) il tunnel subportuale di Genova: Pericu, Vincenzi, Doria, e ora tocca a Bucci. Vent’anni di fallimenti, lasciatecelo dire, pongono forti dubbi sulla sua realizzabilità.

La storia del tunnel inizia nel 2002

La storia del tunnel sotto il porto di Genova inizia nel lontano 2002, quando la società Tunnel di Genova s.p.a (costituita dalla giunta Pericu e partecipata da Comune, Autorità portuale e Cassa depositi e prestiti e presieduta dall’avvocato e assessore genovese Giancarlo Bonifai) bandì una gara di progettazione internazionale per il disegno preliminare dell’opera: risultó vincitrice la Genova Crossing Joint Venture (High Point Rendel di Londra, D’Apollonia spa di Genova, Technital spa di Verona e Tec di Veenendaal). Costo del progetto preliminare, a carico della società pubblica, quindi dei cittadini tutti, 4 milioni di euro. Tracciato di 700 metri, Calata Gadda-San Benigno, passando sott’acqua fino a 35 metri di profondità, due gallerie a tre corsie ciascuna. E nuova strada sotto la Sopraelevata dal mercato del pesce a piazzale Kennedy. Cifra stimata per l’opera circa 500 milioni di euro. Ma chi doveva pagare? Si pensò allora al project financing: chi costruiva l’opera avrebbe incassato pedaggi per 50 anni, tra i 50 centesimi e i 2 euro. Ma quale privato? Nessuno si fece mai avanti.Altro incaglio: a calata Gadda c’è lo Yacht Club, vincolato. Guai a sfrattarlo…

Intanto passarono gli anni, tra dibattiti, polemiche, perplessità soprattutto dal mondo portuale: contrari tra gli altri Gigi Negri (allora numero uno di calata Sanità, Ignazio Messina, Luigi Merlo, Gian Enzo Duci degli Agenti marittimi) .

Il progetto preliminare, approvato nel giugno 2005 dal Consiglio Superiore del lavori pubblici, restó in vana attesa di approvazione da parte del CIPE, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, a cui approdò senza esito nel 2007”

L’ultima riesumazione

Progetto riesumato da Marta Vincenzi sino a che nel febbraio del 2012 la società tunnel di Genova venne liquidata. In realtà la società continuò ad esistere perché ne troviamo traccia nei documenti del Comune di Genova fino al 15 febbraio 2016.

Chiarisce ancora Elisabetta Biancalani: “In questi anni intercorsi si è passati attraverso l’abbandono di Cassa depositi e prestiti, ed esce di scena anche l’altro socio della società Tunnel di Genova S.p,a. Lunedì 29 giugno 2015 a Palazzo Tursi il sindaco Marco Doria e il presidente di Autorità portuale Luigi Merlo firmano l’atto di vendita delle quote azionarie della società Tunnel Spa finora appartenute all’Autorità portuale. Prezzo 500 euro, avete capito bene, in questi casi di dice “cifra simbolica”.

Qualche dubbio su un progetto che ha vent’anni

Con tanto di legittimi dubbi: “E ora il progetto del tunnel, dopo 20 anni di fallimenti e tre sindaci che si sono succeduti, torna in auge con il quarto sindaco, Marco Bucci. Perché? Perché è crollato ponte Morandi: cioè probabilmente se non coi fosse stata la tragedia del 14 agosto 2018 forse nessuno si sarebbe mai sognato di riesumare l’opera, perché Autostrade non sarebbe stata costretta a pagare oltre 1 miliardo e mezzo per risarcire la città dei disagi subiti (ma veramente bisogna considerare il risarcimento consono?), per colpa dell’incuria di anni e anni sulla rete, oggi stravolta da cantieri infiniti (almeno 5 anni ancora), automobilisti come prigionieri. La domanda è: comunque è una priorità il tunnel sotto il porto e la conseguente morte della sopraelevata, oppure si potevano investire in modo diverso quei circa 500 milioni che, si stima, costerà l’opera?”.

Domanda legittima quella della redazione di PrimoCanale sul modo di utilizzare il miliardo e mezzo della societa’ autostrade condannata a risarcire la città. Epperò questo suggerisce la campagna elettorale del sindaco Marco Bucci e della sua giunta, cioè di puntare prepotentemente sull’apertura di cantieri che diano ai futuri probabili elettori il senso del cambiamento imminente. Anche se poco importa l’indirizzo reale e l’estensione della sua vision e un qualche confronto con i cittadini. Probabilmente dovranno accontentarsi di gioire per la sensazione di una Genova, votata, magari, per lunghi anni alla stagnazione e non soltanto a livello demografico, che, finalmente dà qualche segnale non dico di rinascita, ma di semplice cambiamento.

Tra movimenti ondulatori e sussultori

Che poi, come ho sempre cercato di spiegare, il vero fine della pubblicità o della comunicazione è quello di cercare di indirizzarci verso il tipo di percezione che risulta più conveniente. E non tanto per l’utente quanto per il cliente. Così, mentre tra pubblici rulli di tamburi e squillare di trombe si susseguono celebrazioni, inaugurazioni, tagli di nastri, avvii ai lavori, step e cronoprogrammi, piuttosto che richiami al green pass e alla campagna vaccinale, appare palese che nei palazzi del potere e delle istituzioni gli ultimi mesi della compagine di centrodestra, che governa tanto la Regione quanto il Comune, siano diventati abbastanza travagliati.

Tra un Toti che, nonostante messaggi e minacce, non si  muove di un passo dall’intendimento di presentare il suo “Coraggio Italia” come lista autonoma alle prossime amministrative per il Comune. Con il diktat di Lega e FdI che non digeriscono la sua strategia di “uomo solo al comando”. E con Forza Italia del resuscitato Cavaliere che continua a porsi come centro gravitazionale dell’aggregazione del centrodestra. E con il povero Bucci, sempre più irritato dalla prassi della politica. Strattonato da destra a sinistra, e da sinistra a destra, dopo aver ricevuto da Toti – e averla prontamente rifiutata – la proposta di correre sotto al suo simbolo. Con tanto di ammiccamenti degli esponenti di Italia Viva, già accorsi in suo aiuto durante le ultime votazioni in sala rossa, pronti a favorire mosse del cavallo e aperture al centro. Da qui quel nervosismo crescente di Bucci che, con il botto finale, potrebbe davvero decidere di limitarsi al ruolo di commissario. Lasciando il centrodestra in braghe di tela. Magari con il suo ex braccio destro, non a caso l’uomo dei lavori pubblici, lanciato- all’ultimo momento, o anche prima – verso una tenzone che magari lo solletica, ma fino ad oggi non prevista. Con un centro destra in cerca di una nuova coesione e l’avvento di un sostituto/candidato sindaco. Un rappresentante della società civile sceso in campo per grazia divina e per nome e per conto di Toti.

Situazione fluida

Situazione fluida, insomma, tra movimenti sussultori e ondulatori i cui rumors parlano dell’ultima occasione ufficiale, appunto la caduta del muro …. delle Dighe, in cui tra Toti e Rixi è calato il gelo. Con tanto di comunicati della Lega in cui nell’elenco degli artefici del “miracolo di Begato” proprio la Regione non veniva affatto menzionata. E immediata risposta della Regione che, in qualche modo, rivendicava il suo ruolo più o meno centrale. Scaramucce in vista della lunga corsa al voto. Al momento, dai palazzi, probabilmente, meglio stendere un velo, più o meno pietoso. Dedicando maggior attenzione a battere la grancassa della Genova che cambia. Indirizzata sul percorso, più o meno illusorio, della GenovaMeravigliosa.

Paolo De Totero

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Trentadue anni di professione come praticante, giornalista, vicecapocronista, capocronista e caporedattore. Una vita professionale intensa passata tra L’Eco di Genova, Il Lavoro, Il Corriere Mercantile e La Gazzetta del Lunedì. Mattatore della trasmissione TV “Sgarbi per voi” con Vittorio Sgarbi e testimone del giornalismo che fu negli anni precedenti alla rivoluzione tecnologica, oggi Paolo De Totero è il direttore del nostro giornale digitale.