L’influenza prima del Coronavirus: le pandemie del ‘900

Tra i virus che hanno segnato la storia recente dell’umanità, il Covid-19 è soltanto il più vicino a noi. E probabilmente non sarà l’ultimo

Sono tre le pandemie influenzali che nel ventesimo secolo hanno sconvolto il nostro mondo: una nel 1918, una nel 1957 e infine una nel 1968. Tutte sono identificate in base alla presunta area di origine e si chiamano Spagnola, Asiatica e Hong Kong.
Ce lo racconta Epicentro, la pagina dell’Istituto Superiore di Sanità per l’accesso all’informazione epidemiologica, che ripercorre le tappe evolutive del virus dell’influenza A che le ha causate.

La Spagnola (A/H1N1)

Si stima che nel corso della pandemia del 1918–1919 un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi. Ma alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.
Per fare un confronto, pensate che secondo gli ultimi dati pubblicati ieri dall’OMS i morti per Coronavirus nel mondo sono 5.501.000 dall’inizio della pandemia.
Negli anni trenta furono isolati i virus influenzali dai maiali e dagli uomini e, attraverso studi sieroepidemiologici, furono messi in relazione con il virus del 1918. Da qui si è visto che i suoi discendenti hanno continuato a circolare nei maiali e tra gli esseri umani causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957.
I virus imparentati con quello del 1918 non diedero più segnali di vita fino al 1977 quando, probabilmente in conseguenza di un incidente di laboratorio, un loro parente riemerse negli Stati Uniti causando un’epidemia importante nell’uomo. Da allora virus simili all’A/H1N1 continuarono a circolare in modo endemico o epidemico, ma senza avere la stessa patogenicità del virus del 1918.
Gli studi condotti su materiale autoptico conservato, hanno dimostrato anche che il virus H1N1 del 1918 era interamente nuovo per l’umanità in quanto non originato da un riassortimento tra virus umani e animali ma derivato da un virus aviario che ha compiuto il cosiddetto “salto di specie” (spillover) adattandosi all’uomo e acquisendo anche un’eccezionale capacità di trasmettersi da persona a persona.
Il virus H1N1 del 1918, per di più, è stato all’epoca protagonista di un altro fenomeno anomalo: si è diffuso anche tra i maiali, specie che in precedenza era indenne dall’influenza.

La pandemia prese il nome di “Influenza spagnola” a causa della forte censura di guerra attuata dai giornali dell’epoca. Semplicemente, i giornalisti spagnoli furono i primi a parlarne e così si credette che fosse limitata, appunto, alla sola Spagna.

L’Asiatica (A/H2N2)

Dopo la Spagnola, l’influenza ritornò al suo andamento abituale fino al 1957, quando si sviluppò una nuova pandemia.
Fu il New York Times il primo a riferire che l’epidemia si era diffusa rapidamente a Hong Kong, coinvolgendo circa 250.000 persone.
In totale questo nuovo ceppo, con una letalità stimata intorno allo 0,4%, fece 2 milioni di morti nel mondo.
Anche in questo caso, per avere un metro di paragone, pensate che il tasso di letalità (CFR) del Covid-19 in Italia è stato complessivamente del 4,3%, con ampie variazioni nelle diverse fasi dell’epidemia: 6,6% durante la prima fase (febbraio-maggio 2020), 1,5% nella seconda fase (giugno-settembre 2020) e 2,4% tra i casi diagnosticati nel mese di ottobre 2020.
Tornando all’Asiatica, questo virus era destinato a una breve permanenza tra gli esseri umani e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong.

L’influenza di Hong Kong

Come nel 1957, la nuova pandemia provenne dal Sud Est Asiatico e anche questa volta fu la stampa a dare l’allarme con il Times di Londra che pubblicò la notizia di una grande epidemia a Hong Kong. E in effetti nel 1968, come nel ’57, le comunicazioni con la Cina continentale erano poco efficienti.
Poiché l’epidemia si trasmise inizialmente in Asia, ci furono importanti differenze con quella precedente: in Giappone i focolai furono saltuari e di limitate dimensioni, sulla costa occidentale degli USA ebbe elevati tassi di mortalità, in Europa no. In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite e influenza associate con questa pandemia fu stimato in circa 20.000 decessi.
Una spiegazione che si diede a queste diversità deriva dal fatto che il virus Hong Kong aveva un antigene in comune con l’Asiatica del 1957 e si pensò che l’impatto variabile nelle diverse regioni fosse imputabile a differenze nell’immunità acquisita nei confronti di questo antigene.
In tutto la pandemia del 1968 causò oltre un milione di vittime.

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