Tamponi fai da te: sono davvero affidabili?

L’infettivologo del Galliera: in farmacia la manualità è sicura. Nel fai da te c’è sempre il rischio che le cose non vadano per il verso giusto

Genova – Sono 228.179 i test positivi al Coronavirus registrati in Italia nelle ultime 24 ore e corrispondono a un aumento del 3,5% rispetto a sette giorni fa. Nella settimana pandemica tra il 12 e il 18 gennaio ci sono stati 1.208.612 nuovi casi, in crescita dell’1,4% rispetto al periodo tra il 5 e l’11 gennaio.
Sono 1.481.349 i test effettuati tra molecolari e antigenici, con un tasso di positività medio del 16%.

Questo il pesante trend determinato dalla super contagiosità della variante Omicron, ormai dominante in Italia, che ci sta portando verso il picco pandemico. Una fase della lotta al Covid che ha acceso l’interesse di alcune regioni sull’autotesting, come l’Emilia Romagna che fa da apripista e da oggi lo legalizza per certificare l’inizio e la fine dell’isolamento in caso di positività di un asintomatico o di un vaccinato con dose booster. Anche Veneto, Liguria e Lazio sembrano interessate ai test fai da te per semplificare le procedure di tracciamento.

Ma ci si può fidare? “I tamponi a disposizione del pubblico, al di fuori degli ospedali e di alcuni laboratori che fanno i molecolari, sono tutti antigenici”, spiega Emanuele Pontali, Direttore dell’unità di Malattie Infettive dell’Ospedale Galliera di Genova aggiungendo che si tratta di test che “vanno a caccia delle proteine del virus, che si chiamano antigeni, raccogliendole con una punta ovattata da inserire nelle cavità nasali, per poi effettuare un’analisi che non è molto diversa da kit a kit”.
Della stessa famiglia sono anche i tamponi salivari, “utilizzati nelle attività di screening sui grossi numeri come le scuole, non tanto per scoprire se il singolo è positivo ma per avere un’idea di quello che è l’andamento generale”, chiarisce Pontali.
Il problema è che i tamponi antigenici “danno minimo un 30% di falsi negativi”. Lo ha detto il consulente del Ministero della Salute, Walter Ricciardi.

Quindi che si fa? “Esiste una graduatoria di affidabilità che si misura con due parametri che spesso sentiamo dire in TV o leggiamo sui giornali o su Internet, che sono la sensibilità e la specificità“, tiene a sottolineare Pontali che poi ci aiuta a capire: “La sensibilità è la probabilità che un risultato positivo del test corrisponda esattamente a una persona che abbia sviluppato gli anticorpi contro il virus. La specificità è la probabilità che un risultato negativo del test corrisponda esattamente a un individuo che non abbia sviluppato gli anticorpi contro il virus”.
In cima alla classifica dell’affidabilità “c’è il molecolare, che va a cercare il materiale genetico del virus, seguito dall’antigienico. Anche gli antigenici non sono tutti uguali, esistono quelli cosiddetti di terza generazione, usati in ambito ospedaliero, molto più costosi e di recente introduzione, che hanno un’affidabilità quasi pari a quella del tampone molecolare”.
La percentuale che determina la posizione in questa classifica dell’attendibilità “varia da kit a kit. Certo è che per essere approvati e registrati devono avere dei requisiti minimi di performance” e il Ministero raccomanda il ricorso a test antigenici rapidi con sensibilità ≥80% e specificità ≥97%.

Ma non basta. Un’altra variabile da non trascurare è il prelievo del campione, perchè non si tratta di una banalità.
“in farmacia la manualità ormai è sicura mentre nel fai da te c’è sempre il rischio che le cose non vadano per il verso giusto”, dice Pontali ricordando la procedura corretta: “Il tampone va introdotto in profondità, va fatto ruotare cinque volte e poi va messo in contatto con il queste soluzioni chimiche contenute nella provetta, dove va spremuto in modo che tutto il materiale che ha raccolto nel naso resti all’interno del pozzetto. Quindi si lascia lì per una decina di secondi. Infine il contenuto della provetta va versato sulla barretta del test dove va messo il giusto numero di gocce. Tutto questo lo spiega il foglio illustrativo, compresi i tempi da rispettare”.

I tamponi fai da te, quando ho finito il test dove li butto? Una domanda che ci siamo fatti un po’ tutti perchè non è previsto il ritiro al nostro domicilio di questi veri e propri rifiuti biologici. Così “dobbiamo sfruttare quello che i kit ci mettono a disposizione”, conclude Pontali, “cioè il sacchetto col disegno del materiale biologico, indicato solitamente col termine inglese biohazard, dove andremo a mettere il tampone, il liquido di reazione, e la striscetta del test. Sigilliamo e mettiamo in sicurezza nel sacco dell’indifferenziata”.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.