C’è chi disse no

Stefano Giordano eletto presidente della nuova sede genovese dell’ANEI, l’associazione che ricorda la Resistenza dei militari italiani nei lager nazisti

Genova – “Per una città come la nostra, medaglia d’oro al valor militare per la lotta di liberazione, era importante avere una sede dell’Associazione Nazionale Ex Internati nei lager nazisti”.
Lo dice Stefano Giordano, neo eletto presidente dell’ANEI genovese, che poi spiega di aver preso contatto con l’associazione nel 2019, grazie a un convegno dove si presentava il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri sui militari italiani deportati.
“Da lì è iniziata una collaborazione continua e anche uno stimolo dal punto di vista personale perchè mi ha fatto avvicinare alla vicenda di mio zio Gino che ha perso la vita nello Stalag XII A all’età di vent’anni – racconta -. Da quello che so, che emerge dalle testimonianze, gli hanno sfracellato la testa col calcio del fucile. È morto lì, a Limburg, in Germania”.
E i resti dello zio di Giordano sono tornati a casa dal cimitero militare di Francoforte solo dopo anni di ricerche. Un resoconto molto doloroso che sua zia e sua mamma, ormai quasi novantenni, si sono trovate a rivivere perchè non si perdesse la memoria di queste storie di dolore e di coraggio, “nonostante chi ha vissuto la guerra difficilmente racconta le vicissitudini più tristi della propria adolescenza”, come quella di un fratello che svanisce nell’inferno del lager.
“Tutto era nato dalla falsa promessa di un fascista di Sesta Godano, dove vivevano”, ricorda Giordano aggiungendo che “appunto era stato garantito a mio nonno, il padre del ragazzo, che se fosse partito per contrastare lo sbarco degli alleati in Sicilia nessun altro uomo di casa sarebbe andato al fronte. Invece mio zio è partito per il confine austriaco il giorno dopo mio nonno”.
E qui le storie dei nostri militari, disarmati e catturati dai nazisti dopo l’8 settembre del ’43, si assomigliano tutte. Sono storie di fame, freddo, baracche di legno, soprusi e filo spinato.
In 800.000 finiscono nei lager nazisti distribuiti tra Polonia e Germania, abbandonati alla reazione tedesca dal maresciallo Badoglio e dal re che fuggono a Brindisi la notte stessa della proclamazione dell’armistizio di Cassibile.
Ecco il senso dell’associazione nasce da qui, “della necessità di fare chiarezza”, sottolinea Giordano richiamando alcuni dati: “Soltanto il 10% dei soldati internati hanno accettato la proposta dei nazisti e degli ufficiali della repubblica di Salò di unirsi a loro”.
Una scelta che spalanca un baratro di sofferenze. Catturati come prigionieri di guerra, perdono questa qualifica per diventare Internati Militari. Esclusi dalla convenzione di Ginevra e dagli aiuti della Croce Rossa, sfruttati fino al midollo come forza lavoro, braccati dalle malattie e dalle ritorsioni per non essersi piegati, in 50.000 non tornano più a casa.
“Le testimonianze di quello che hanno subito sono agghiaccianti, eppure al rientro sono stati trattati come fossero collaborazionisti”, per questo “l’ANEI ha fatto una sorta di vademecum per la didattica e per i giornalisti, per avere del materiale puntuale su quella che è stata questa vicenda. A me farebbe piacere cominciare a fare degli incontri nelle scuole per far comprendere questo capitolo dimenticato della storia, e magari tentare di aprire una lente sul tessuto genovese per vedere se ci sono ancora dei sopravvissuti”, precisa ancora Giordano dicendo che certamente “qualcuno c’è ma sarà difficile che abbia voglia di parlare. Ci basterebbe anche raccogliere le testimonianze dei figli. Sarebbe bellissimo se riuscissimo a trovare ancora qualcuno in grado di descrivere questi percorsi di sofferenza”.
Fondati sulla violenza, sulla disumanizzazione, sull’oppressione, questi percorsi la famiglia di Giordano li ha vissuti sulla propria pelle, che brucia ancora.
“Sono rimasto molto colpito dalle testimonianze dei miei familiari. Persone oneste, che hanno sempre fatto del bene, famiglie di contadini che conoscono la fatica di lavorare la terra e vivere con quello, ma che quando parlano di liberazione, parlano anche di liberarsi fisicamente delle persone che hanno inflitto loro del male, del male assoluto. E sentire queste persone di quasi novant’anni raccontare, come fosse una liberazione, di quando il fascista di zona è stato portato sul monte Gottero e fucilato dai partigiani, ti fa pensare che la guerra porta a questo, e lo fa anche alle persone che mai ti immagineresti avrebbero reagito così”.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.