Centrale di Spezia, in bilico tra gas e carbone?

Italia indietro su impianti di accumulo e rinnovabili, tra il 2021 e il 2022 ridotte del 2%. E oggi il Cdm deciderà per il carbone

Genova – Quando il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, è venuto a Genova a parlare di Pnrr e Green Deal europeo, il Paese non era ancora in stato di preallarme per la guerra in Ucraina ma il suo approccio alla questione energetica, e di riflesso al futuro della centrale Enel di La Spezia, risvegliava già qualche preoccupazione.
Oggi le cose sono peggiorate perchè è in arrivo una norma che, in caso di vera crisi del gas, consentirà ai produttori di energia elettrica di usare momentaneamente le centrali a carbone. Lo stabilirà il Cdm di questo pomeriggio che, dando seguito alle dichiarazioni di Draghi, prevede di dare il via libera alla diversificazione delle fonti fossili.

Ecco quali sono le centrali che Draghi potrebbe riaprire

centrali a carbone
Le centrali a carbone ancora utilizzabili in Italia sono sette. Un impianto è in Liguria, a La Spezia, due sono in Sardegna, a Fiume Santo e a Portoscuso, poi uno è in Veneto, a Fusina, un altro in Friuli, a Monfalcone, uno nel Lazio, a Torrevaldaliga e l’ultimo in Puglia, a Brindisi. Cinque centrali sono gestite da Enel, come quella di Spezia, una da A2A e una da EP Produzione, società del gruppo ceco EPH.
Per riaprirle non servirebbero chissà quali autorizzazioni ambientali, basta un provvedimento del Governo sulla base di norme speciali come quelle in Cdm oggi.

Per ora, assicurano dal Mite, siamo lontani dall’allarme rosso e dunque gli impianti dovrebbero continuare la loro via verso la dismissione o la conversione entro la fine del 2025, senza nessuna marcia indietro e come previsto dal Piano nazionale integrato energia e clima.

Di fatto, se anche la crisi energetica dovesse rientrare, i nodi da sciogliere restano tanti per un Paese così esposto come il nostro alla fragilità della transizione verde.

Rinnovabili, tra 2020 e 2021 ridotte del 2%

“Devo dire onestamente che questo governo eredita anche decisioni precedenti, anche di quelli che si dichiaravano governi del cambiamento, perché è chiaro che le questioni energetiche non le imposti da un mese all’altro. Abbiamo perso almeno tre o quattro anni di tempo per gettare le basi di una politica energetica che non fosse fondata sulle fonti fossili” e così andiamo avanti come se fossimo ancora nel ‘900.
È agguerrito Marco Grondacci, giurista ambientale da sempre in prima linea nella lotta degli spezzini contro l’impianto Montale, che poi sottolinea un dato allarmante: “Gli ultimi numeri ufficiali di Terna – quindi non degli ambientalisti ma di Terna che è il gestore della rete elettrica – dicono chiaramente che dal 2020 al 2021 c’è stata una riduzione del 2% del contributo delle rinnovabili alla generazione elettrica. Mi sembra che la tendenza sia piuttosto chiara, insomma, e ovviamente questo finirà per avere dei riflessi anche sulla centrale di Spezia, perché non sarà semplice fermare il progetto del turbogas”.

L’impianto “Eugenio Montale” di La Spezia

In effetti “la centrale di Spezia ha ottenuto un decreto del Ministero della transizione dove è stata data Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) positiva al progetto”, dice Grondacci aggiungendo che però “il percorso per realizzare l’impianto è ancora lungo perché c’è uno step fondamentale da superare: l’autorizzazione finale che richiede comunque l’intesa con la Regione”.  E qui sta un grande punto interrogativo.
Al netto delle ultime dichiarazioni di Toti sul carbone, c’è un ordine del giorno del Consiglio regionale che si dice contrario persino al turbogas, “però qualche giorno fa sono scaduti i termini per depositare il ricorso al Tar del Lazio contro il decreto di VIA e lo hanno fatto solo i comuni di Spezia e Arcola. La Regione non è pervenuta”, continua il giurista che sembra amareggiato da questa mancanza di visione della politica e ci mette il carico: “Il decreto legge che il governo ha presentato recentemente e che ora dovrà essere convertito, con la scusa dell’aumento delle bollette, non solo elettriche ma anche del gas, prevede un taglio di oltre un miliardo di euro alle fonti rinnovabili. È chiaro che stiamo andando verso l’utilizzo prevalente delle fonti fossili per la transizione”.
Lo conferma un altro provvedimento recentissimo che avvia le trivelle per aumentare il gas prodotto a livello nazionale: “Una percentuale ridicola – sbotta Grondacci -, che non avrà nessuna incidenza sull’aumento delle bollette perché prima che entrino in funzione passeranno minimo due anni e, per quello che sta succedendo a livello mondiale, due anni sono un’era geologica”.

Perchè il Mite non autorizza i progetti per gli impianti di accumulo fermi nei cassetti?

Ogni volta che si parla di transizione ecologica e dell’idea non troppo ragionevole del Capacity Market di finanziare il gas per traguardare gli obiettivi del Green Deal europeo, l’accento si sposta inevitabilmente sul fatto che le rinnovabili non crescono abbastanza velocemente da far fronte al fabbisogno energetico e sarebbero a rischio black out. Vero. Però pensate che “ci vogliono dai sette ai nove anni per autorizzare, non realizzare ma autorizzare, gli impianti da fonti rinnovabili“, denuncia Grondacci annunciando che “c’è un’altro aspetto da non sottovalutare e cioè che la Tassonomia verde, per la fase della transizione alla neutralità climatica, ha introdotto il gas e il nucleare come fonti parificate alle rinnovabili”.
Ma perchè invece il Mite non autorizza i progetti per gli impianti di accumulo, quelli che servono per incamerare energia da utilizzare nei momenti di maggiore fabbisogno, e che sono fermi nei cassetti dal Ministero?
Fivedabliu lo ha chiesto a Cingolani, a Genova per una tappa degli incontri di “Italia Domani”, ma la domanda è caduta nel vuoto.
Nessuna risposta.

Parola d’ordine: semplificazione!

E mentre stiamo a discutere degli impianti di accumulo che scarseggiano, fermi come sono nelle pastoie burocratiche, la normativa più recente accelera le procedure per autorizzare i parchi eolici “escludendo le sovrintendenze e bypassando i vincoli naturalistici e paesaggistici”, sottolinea Grondacci che ci tiene a mettere in evidenza quanto sia “una logica pericolosa”. “Sembra quasi che in realtà le fonti rinnovabili stiamo diventando un terreno di sperimentazione per un modello decisionale accelerato, in deroga a molte delle norme ambientali”, dice il giurista notando che “tutte le norme di semplificazione che sono uscite negli ultimi anni, e non solo dal governo Draghi, sono state sulla VIA, sulla VAS, sulle bonifiche, sui rifiuti, sulla possibilità di utilizzare il CSS negli impianti industriali con una semplice comunicazione, senza neppure una vera autorizzazione rispetto a certi parametri tecnici”.
Insomma, conclude: “C’è una tendenza di fondo che sta usando la transizione ecologica per affermare un modello centralista e decisionista che è esattamente il contrario del modello energetico come è stato sempre pensato dalla parte più avveduta e migliore del mondo ambientalista, un modello basato sulle comunità energetiche. È vero che questo governo ha prodotto delle norme anche in favore delle comunità energetiche però se poi mi fai 20.000 megawatt a gas o mi autorizzi il carbone, allora non capisco più dove si vada a parare”.
Peggio.
Scrive Matteo Renzi sulla sua enews: “Sull’energia Mario Draghi ha lanciato la sfida per un grande investimento nel settore, dalla sburocratizzazione al rilancio del gas. Molto bene. Nei fatti uno Sblocca Italia 2, verrebbe da dire, otto anni dopo. E pensare che quelli che allora protestavano, oggi applaudono Draghi in Parlamento. Meglio così, dai. Noi siamo per attuare il cosiddetto Modello Genova ai rigassificatori e ai termovalorizzatori, come ha spiegato Lella Paita. Chi ci sta?”.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.