Belgrado, Vučić sull’Ucraina: “Serbia in difficoltà e sotto forte pressione”

Il nodo è sempre il Kosovo con le sue “ripetute richieste di aderire a Nato e Ue”

Belgrado – La Serbia non invierà armi alle parti in conflitto in Ucraina, né consentirà il transito sul suo territorio di armamenti diretti ai teatri di guerra o ai Paesi coinvolti nel conflitto. Lo ha detto il presidente, Aleksandar Vučić.
Parlando oggi in una conferenza stampa in diretta tv, Vučić ha aggiunto che nel Paese sono stati creati una decina di gruppi ad hoc incaricati di esaminare le conseguenze del conflitto sull’economia e sulla popolazione, ma anche per coordinare aiuti umanitari all’Ucraina, per l’accoglienza ai feriti e per l’assistenza ai profughi.
La drammatica situazione creatasi con il conflitto in Ucraina, ha osservato il presidente, ha messo la Serbia in una situazione estremamente difficile a causa dei suoi stretti rapporti con la Russia, e il Paese è sotto forti pressioni destinate a crescere. A questo riguardo ha fatto riferimento, in particolare, alle ripetute richieste del Kosovo di aderire a Nato e Ue, appoggiato in questo tra gli altri dalla Turchia, uno dei Paesi più importanti dell’Alleanza.
Ha poi invitato i cittadini a stare tranquilli perchè il Paese, pur con i rincari esorbitanti dei prodotti energetici, ha riserve sufficienti per alcuni mesi. E il sistema bancario è al sicuro, con la sezione serba di Sberbank già rilevata da AIK Banka. Vučić ha detto che la Serbia ha votato oggi a favore della risoluzione di condanna dell’attacco russo all’Ucraina all’Assemblea generale dell’Onu, nel cui testo – ha precisato – non vi erano riferimenti alle sanzioni a Mosca. Purtroppo, ha osservato, in pochi sono disposti ad ascoltare gli argomenti della Serbia e della violazione della sua integrità territoriale nel 1999, con i bombardamenti Nato e la secessione del Kosovo. Lo stesso Vučić, nei giorni scorsi, aveva definito un errore la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte delle truppe russe, ma aveva confermato il no di Belgrado alle sanzioni contro Mosca invocando gli interessi nazionali della Serbia.
Il Cremlino, insomma, sta riaccendendo la fiamma dell’incendio balcanico.

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