I social media come fonte storica? Canfora: “Sterminati, contraddittori, pilotati e faziosi”

Lo storico barese bacchetta l’informazione: è pessima. Anche i giornali dicono tutti le stesse cose

Genova – “La storia è sempre contemporanea, nel senso che essa è legata al presente, nella persona e nell’ambiente dello storico, che muove sempre nell’opera sua da propri interessi attuali”.
Lo ha scritto Benedetto Croce e non c’è definizione che si appiccichi meglio alla realtà dei social media, la macchina più contemporanea, controversa e pilotata della storia. E la riprova la troviamo nel racconto del conflitto in Ucraina, riportato dalla rete a colpi di fake news.
Diventeranno anch’essi fonti storiche?
Ne abbiamo parlato con Luciano Canfora, storico, professore emerito dell’Università di Bari e curatore della Storia in piazza, che abbiamo intervistato l’ultimo giorno della manifestazione genovese, nel corso del suo intervento su “Storia e Verità”.

“Purtroppo sì, nel senso che sono una quantità sterminata e contraddittoria. Una volta un personaggio molto discutibile ma sicuramente intelligente come Henry Kissinger, che è stato anche un criminale quando ha fatto ammazzare il presidente del Cile, Salvador Allende, scrisse un libro che si chiamava “Gli anni della Casa Bianca” riferito a quando lui era prima consigliere poi segretario di Stato, e siccome è uno che ama il paradosso disse sì, la storia si può scrivere basta distruggere la gran parte dei documenti. E intendeva dire che c’è una tale massa di documentazione, anche irrilevante, che ingombra il tentativo di ricercare, spiegare e capire gli elementi più importanti. Oggi ci troviamo in questo mare magnum di documentazione contraddittoria, spontanea, pilotata, faziosa, che rende la comprensione dei fatti molto, molto più complicata che per il passato. Apparentemente siamo fortunati perché c’è una finta pervasiva informazione, ma poi in realtà c’è la censura per cui i giornali sono tutti uguali tra loro, dicono tutti le stesse cose, il che palesemente dimostra che c’è una fonte di ispirazione comune. Insomma la situazione è pessima dal punto di vista informativo e speriamo che non divenga pessima anche sul piano esistenziale, cioè che la guerra si allarghi”.

La storia nel mondo antico l’hanno scritta soprattutto i politici e nella politica ha trovato sicuramente una spinta. Oggi i leader usano i social per comunicare e dunque torniamo al punto di partenza: la rete che entra nella storiografia.
“Noi speriamo che non si mettano a scrivere ma è inevitabile che alcuni di loro a un certo momento travalichino nella scrittura memorialistica che è una forma se vogliamo più privata e soggettiva di raccontare la storia. Anche nel mondo antico c’era questa abitudine: Augusto ha scritto dei commentari che non abbiamo più, e poi Cesare, e Silla che per fortuna nostra non ce l’abbiamo nel senso che sarà stato pieno di livore verso i suoi avversari. Oggi la storiografia è talmente ramificata in istituti di ricerca, centri, istituzioni universitarie, o anche fonti indipendenti come possono essere riviste prestigiose che hanno intorno a sé un’equipe che fa ricerca, quindi la politicità è sempre più mediata diciamo così, non un corto circuito di immediata semplicità come è stato fino all’Ottocento o anche all’inizio del ‘900. Albertini che era il direttore del Corriere della Sera che si era molto impegnato per l’intervento dell’Italia in guerra nel 1915, poi negli anni ‘20 pubblica un’opera in quattro, cinque tomi enormi sulle origini della prima guerra mondiale e quindi si fa egli stesso storico. Siamo nel secolo ventesimo ormai e quindi è un fenomeno che ha avuto una durata lunghissima. Oggi è più ramificato per tutte le ragioni che abbiamo detto”.

Nell’eterna lotta tra vero e falso, tutto questo quanto influenzerà la verità?
“La ramificazione potrebbe essere un bene nel senso che è una forma di verifica e di controllo. Ma ancora una volta però c’è da domandarsi: in che misura queste istituzioni sono dipendenti dal potere politico?”.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.