Contrordine compagni

Non si smette mai di imparare

E perciò inizio con il cospargermi il capo di cenere di fronte ad una evidente mia mancanza. E ad una rivelazione sconcertante. Più o meno come se si trattasse della straordinaria rivendicazione di un terrapiattista qualunque. O di un rettiliano. O, addirittura peggio, di un no vax.

Perché da buon genovese e ligure ho sempre cercato il segreto della focaccia. Proprio come fossi, in fondo, un abitante periferico di Milano. Perché ho finalmente compreso che, nel bel mezzo della campagna elettorale, alla fine la focaccia, e l’eventuale confronto dialettico culinario, sarebbe risultato importante almeno quanto la querelle sul trasferimento degli impianti chimici a ponte Somalia.

Il premio

Con l’eventuale e recente riprova del premio della cittadinanza onoraria conferito a un pavese che, in diretta e di fronte al Bucci, come se fosse un concorrente di un talent show qualunque, si è prodotto nell’ingurgitamento della slerfa di focaccia alla cipolla “pucciata” nel cappuccino. Confermandosi degno, sempre a insindacabile giudizio del nostro emerito doge, mastro Bucci, della cittadinanza onoraria della nostra città.

Perciò ho avvertito che la focaccia in tutte le sue infinite variazioni, dalla cipolla alla salvia – lasciando il massimo spazio all’immaginazione -, sarebbe diventata un argomento portante di queste amministrative. E ho sognato che, magari, il prossimo ponte da far progettare all’archistar potrebbe avere la sagomatura proprio a slerfa di focaccia. Insindacabilmente con i buchini che trasudano olio e i granelli di sale nelle campate e rivolti verso il basso.

Ci sarà “il giorno della focaccia”?

E Poi chissà? E perché no? Si potrebbe, a breve termine, prevedere anche un giorno della focaccia dopo quello della bandiera. Con ricchi premi e cotillon. E, magari, un principe dei panificatori in visita come testimonial.

Perciò mi sono perfino documentato almeno un po’. Sino ad arrivare ad un aforisma rivelativo, seppur scritto da un Anonimo e tramandato, giustamente, sino a noi, che spiega a futura memoria:

“– Il segreto della focaccia è la farina.

– Il segreto della focaccia è l’olio.

– Il segreto della focaccia è il sale.

– Il segreto della focaccia è l’impasto.

– Il segreto della focaccia è il forno.

– Il segreto della focaccia è un segreto”.

Come dire, insomma, che ognuno ha il suo ingrediente segreto, e favorito, per renderla praticamente unica. E mai più mi sarei atteso che anche il nostro sindaco uscente, Marco Bucci, l’uomo del fare e, soprattutto, del dire, avesse un segreto specifico in tema.

Anche perché tenuto conto degli “apparentamenti”, lo avrei immaginato più versato nell’arte della pasticceria. Pronto ad elencarmi tutti gli ingredienti della Saint Honore’, o “dishonore’”. Tanto per tenere botta al livello della cartellonistica e delle ingiurie più o meno sessiste di questo finale di esondante campagna elettorale.

Invece no. Pur nel bel mezzo della presentazione del point elettorale di uno dei suoi “cespugli” e degli emeriti candidati che lo sosterranno nella nuova ascesa al soglio di palazzo Tursi, il sindaco uscente e rientrante si è concesso ad una nuova interpretazione degna di un fast food. Per carità, nulla di veramente eclatante. Anzi, per dire la verità, una replica di quanto già tramandato ai posteri quasi quattro anni fa e spesso ripetuto durante i ripetuti appuntamenti con i suoi concittadini, visionariamente intitolati “a colazione con il sindaco”.

Correva l’anno…

Correva l’ ottobre del 2018 quando, intervenendo ad una manifestazione, “RISTORO EXPO”, dal padiglione dei panificatori lanciò la sua astuzia da esperto assaggiatore di focaccia. Confidando e lasciando testimonianza per i posteri: “La focaccia bisogna mangiarla con la parte dorata, con l’olio e il sale che tocchino direttamente la lingua. Cioè rovesciata da come tradizionalmente si mangia, così le papille gustative riescono immediatamente ad assaporare il sale e l’olio e il gusto della focaccia stessa”.

Esternando cosi’ – e a modo suo – quel gusto per la direzione ostinata e contraria tutto genovese che ha fatto la fortuna di Faber. Controcorrente e viceversa (cit. Francesco Gabbani), come il modo di mangiare la focaccia. Capovolgendola, mettendola al contrario e…. viceversa.

Comprendo così – domandandomi, fra me e me, come mangeranno la focaccia i diretti avversari del nostro sindaco – che Il Bucci abbia voluto rivelare e ribadire benevolmente il suo intimo segreto anche nel corso della presentazione dei candidati di vince Genova e del point elettorale. A riprova di come la campagna elettorale per le amministrative genovesi sia ormai entrata nel suo clou. Perciò mi riprometto di chiedere ai vari Arie’l Dello Strologo, a Mattia Crucioli e ad Antonella Marras come si debba mangiare a loro avviso la focaccia. Se dritta, capovolta, seguendo i consigli del Nostro, oppure di traverso. Persino addentandola voracemente, o a piccoli bocconi. Onde evitare pericolosi rischi di soffocamenti.

Anche se, a volte, avere una vision del mondo capovolto può risultare un ottimo viatico. In fondo la focaccia tira sempre e poi…de gustibus…

Infine mi capita di leggere su Treccani.it, che presumo essere il giornale on line dell’omonima enciclopedia, un articolo del mio amico social e collega Marco Brando dal titolo “Belin! Ed è subito Genova” in cui il giornalista spiega ai foresti il tipico intercalare nostrano: “Anche chi non è mai stato in Liguria di solito associa l’identità locale ad almeno due stereotipi: la presunta tirchieria e il ricorso assai ricorrente alla parola belin (dal punto di vista etimologico la grafia corretta è bellin, con la pronuncia be ́liŋ).

Quest’ultimo termine, che è anche il nome dato all’organo sessuale maschile, viene usato come intercalare dai liguri doc: sia quando si esprimono in lingua genovese – nelle sue varianti da Ponente a Levante – sia quando parlano italiano. Come spiega la linguista Sabina Canobbio (già professoressa ordinaria all’Università di Torino) nell’Enciclopedia dell’italiano di Treccani, gli intercalari sono «sequenze… che il parlante inserisce qua e là nel discorso, come personali forme di routine e, in modo per lo più irriflesso, per punteggiare espressivamente il discorso stesso… Possono ricorrere più volte in una stessa enunciazione come veri e propri tic»”.

Sino a sdoganarlo attraverso citazioni storico linguistiche e concludendo saggiamente : “Di certo, oggi, nella costruzione di un’“identità locale” regionale, anche questa terminologia svolge un ruolo significativo. Però a tutti i forestieri si può offrire generosamente una raccomandazione: non improvvisate l’uso di belìn e derivati se non siete liguri; senza la cadenza genovese rischiereste di dire…una belinata”.

E allora mi è venuto da pensare e pronosticare che eventualmente il Bucci, indomito difensore della ligusticità, del genovese e dei suoi cultori, nella sua perfida saggezza, dopo la giornata della bandiera e quella tutta ipotetica della focaccia, potrebbe arrivare persino ad immaginarsi l’ulteriore giornata dedicata. Avendo già in mente per celia  – o per infinita arroganza – verso gli avversari, probabili sconfitti al primo turno, anche la data. Quella dei risultati dello scrutinio elettorale. La classica giornata…beh, fate un po’ voi.

Paolo De Totero

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