Volemose bene

“Shhh…bboni state bboni”

Ve lo devo confessare che sono rimasto a lungo combattuto fra due titoli per illustrare al meglio il mio articolo sulle celebrazioni del 25 aprile.

Il primo, mediato da “La grande Guerra”, capolavoro del 1959, appena qualche anno prima del boom economico, di Mario Monicelli per la magistrale interpretazione di Alberto Sordi e Vittorio Gassman (alias rispettivamente di Oreste Jacovacci e  Giovanni Busacca), faceva più o meno così: “Shhh… bboni, state bboni”. Poi ho optato per l’altro, che si rifà ancora una volta al dialetto romanesco, ma è senza dubbio più solenne. Certamente più indicato per la situazione politica, locale ed internazionale. E soprattutto per la cerimonia che si è tenuta lunedì in piazza Matteotti. Finalmente in presenza, dopo due anni in cui l’evento ha forzatamente dovuto rinunciare alla partecipazione pubblica.

Anche se poi, magari, poteva persino risultare perfetta la fusione dei due nell’ordine più gradito. Perciò “Shhh… bboni, state bboni” seguito dal “Volemose bene”, o addirittura viceversa. Questione di gusti e di vision, avrebbe detto il nostro primo cittadino.
Quel Marco Bucci, che mi fa piacere dirlo e scriverlo – forse per la prima volta- nell’occasione mi ha stupito positivamente. Come se il politico – che non sempre può assumere l’accezione negativa – nel caso specifico, per una volta, avesse messo in un angolo il manager decisionista del tutto bianco o tutto nero costringendolo finalmente alla mediazione.
Proprio come se il lavoro degli strateghi di turno incominciasse in qualche modo a dare i suoi frutti.

Bucci veste i panni dello “sminatore”

Grande manifestazione di piazza quella di lunedì 25 aprile in cui l’uomo del fare, l’ex manager, per l’occasione probabilmente ha voluto indossare i panni del “bonificatore” o dello “sminatore” passato attraverso la festa più o meno divisiva della bandiera del 23 aprile, non a caso – o forse no – lo stesso in cui Genova si è liberata, e in cui si ricorda San Giorgio, per arrivare al giorno in cui si commemora, a seconda dei punti di vista, la lotta partigiana e la resistenza. Per puntare, a breve termine, al primo maggio, festa dei lavoratori. E, a seguire, il 2 giugno. La festa della Repubblica. Per arrivare infine a quel 12 giugno, appena dieci giorni dopo, data del voto delle amministrative comunali, in cui il sindaco uscente e, secondo il pronostico e i sondaggi, rientrante già al primo turno, si vedrà catapultato verso il secondo quinquennio di uomo solo al comando. Come se avesse finalmente compreso che per la legislatura successiva occorrerà eliminare le scorie del testa a testa, o del muso duro contro muso duro, della sua precedente amministrazione. Il sindaco veramente di tutti. Come aveva promesso all’inizio della sua avventura per ricoprire l’incarico di primo cittadino.

Un lavoro sapiente, con quell’orazione ufficiale in cui non casualmente ha voluto ricordare il tributo della città alla guerra di liberazione: “Oggi festeggiamo il 25 aprile tutto insieme, senza alcuna distinzione, uniti dalla voglia di libertà democrazia e pace. Festeggiamo ed onoriamo 1.800 e più persone che sono morte, i nostri partigiani, morti per noi, più di 2.200 persone deportate, celebriamo quelli che hanno lavorato nelle fabbriche, qui a Genova, per sabotare le armi, per far sì che non fossero usate contro gli italiani. A tutte queste persone va il nostro grazie per averci donato la libertà, la democrazia e l’eguaglianza fra tutti. Oggi è la festa di tutti i genovesi e di tutti gli italiani, sono i valori della nostra città, portiamoli tutti assieme per noi e le nuove generazioni per le quali lavoriamo facendo vedere al mondo cosa siamo capaci di fare. Libertà, uguaglianza, democrazia per tutti noi. Viva il 25 aprile”.

Gianni Crivello

Antifascismo, parola desueta

Altro clima, insomma, rispetto a quello di qualche mese fa, in cui l’amministrazione di centro destra ha intitolato il porticciolo di Nervi ad un imprenditore genovese dal passato repubblichino della X Mas, L’Unità comandata dal principe Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale e noto per aver tentato il golpe nella notte fra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

O, più recentemente, giusto un anno fa, per il discusso monumento di via Mura delle Cappucine dedicato a Giorgio Parodi, inventore della Guzzi, immortalato nel marmo nelle vesti di aviatore, volontario in due guerre e nelle spedizioni coloniali volute dal Duce. Con tanto di fregi della regia aviazione.

Acqua passata, si dirà in vista del Bucci bis. Con un futuro, probabile, primo cittadino, che in qualche modo si è scrollato di dosso il peso dei partiti populisti che lo sostengono e, ormai, conscio del proprio appeal personale dopo l’infornata di personaggi simpatizzanti di Italia Viva nella sua lista e pur senza simbolo, ha costretto a più miti consigli anche Fratelli d’Italia della Meloni.

A questo proposito basta transitare davanti alla Casa dello studente dove in questi giorni i genovesi hanno potuto visitare le celle in cui vennero rinchiusi e torturati gli oppositori del regime. Con ingresso bardato da uno striscione rosso che fa a pugni con un manifesto enorme azzurro di Fratelli d’Italia, a sostegno proprio di Bucci, in cui occhieggia una sorridente Giorgia Meloni.

E, comunque, un Bucci attento al processo di beatificazione, anche se dall’opposizione è arrivata puntuale una frecciata, e non soltanto rivolta a Lui, ma anche al governatore Giovanni Toti, in cui Gianni Crivello, avversario del centro sinistra del sindaco nella precedente corsa per palazzo Tursi, si limita ad osservare – e non soltanto per amor di polemica -: “Ecco antifascismo è un termine che se avessi sentito più volte oggi sarei più contento”.

Già antifascismo, parola evidentemente desueta. Visto che al solerte cronista che ricordava ancora una volta a Bucci lo scivolone della fascia tricolore indossata da un suo assessore di Fratelli d’Italia, Antonio Gambino, ad una manifestazione di commemorazione dei caduti della Rsi, ha risposto chiaramente e fermamente di non aver intenzione di ritornare su quella vicenda. Un “next question please” reiterato con ancora maggior convinzione. Nessun clamore, comunque, del resto è sempre accaduto di fronte a domande che potevano metterlo in qualche difficoltà.

Tanto che a chi in sala rossa gli domandava di schierarsi con chiarezza ha sempre risposto: “Sono antifascista ma anche anticomunista”. Come dire… strumentalmente bipartisan.

E in fondo perché sottilizzare quando nella commemorazione ha ricordato gli uni dopo gli altri, partigiani e resistenti, deportati e perfino quelli che nelle fabbriche boicottavano tedeschi e fascisti?

Un sacrificio per cancellare le divisioni

Un tentativo quello del nuovo Bucci, oggi più che mai “uomo solo al comando”, di cancellare con un sol colpo di spugna le divisioni, più o meno evidenti. Con il sodale Giovanni Toti, anche lui intervenuto lunedì in piazza Matteotti, che al termine del discorso ha etichettato “Italia al Centro” come la sinistra del centrodestra. E se alla fine la parola “fascista” in qualche modo è tracimata ed è stata pronunciata era rivolta esclusivamente ai contestatori e fischiatori megafonati che hanno disturbato la cerimonia. E men che mai ad alleati o potenziali tali. Con l’evidente assunto dello stesso Governatore: “Questa è la piazza del 25 aprile è la piazza di tutti. Coloro che pensano di sciuparla con qualche fischio o imponendo il silenzio con le proprie urla non fanno altro che ripercorrere quella volontà fascista di non far parlare gli altri, sia pure con altri mezzi. Questa è una festa che consente anche a chi non è d’accordo di fischiare”. Il sale della democrazia, verrebbe da osservare. Un modo come un altro per riproporre la famosa frase attribuita erroneamente a Voltaire, ma in realtà della saggista Evelyn Beatrice Hall, sua biografa: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.

Perché, comunque, antifascismo o no, la bagarre di queste celebrazioni del 25 aprile è nata tutta per la rumorosa contestazione del senatore ex pentastellato e rappresentante di Alternativa, candidato sindaco Mattia  Crucioli. Lui sì sceso in piazza insieme ai suoi variegati sostenitori fra cui sono confluiti no vax e no Green pass per dividere. Con uno zoccolo duro anti-Draghi e anti-dittatura sanitaria.

“Preferisco qualche fischio”

Contestazione culminata in urla e fischi durante l’intervento del presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Costringendo l’Anpi di Genova a una immediata e dura presa di posizione: “Gli ignobili fischi che si sono registrati stamani in piazza Matteotti da parte di un gruppo già ben noto di no vax e no pass, e alla fine, no democrazia,  sono stati un fastidio e una violenza. Chi pensa di farsi pubblicità elettorale, attaccando il 25 aprile, tanto più se è un eletto nelle istituzioni dimostra di non aver capito nulla della Costituzione su cui ha giurato”.

Con replica ferma ma pacata ai contestatori proprio da parte di Flick: “ Preferisco qualche fischio alle piazze dove sono tutti zitti e d’accordo. Viviamo in una democrazia pluralistica dove si può contestare e si può dire tutto nel rispetto della continenza e della verità”. Per arrivare all’argoamento del contendere: “ L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. E la guerra come aggressione. Ma non dice che non si deve essere solidali verso chi è aggredito. La solidarietà non è cobelligeranza e non vedo come possa essere considerata come qualcosa di contrario alla Costituzione dopo le immagini dei morti insepolti e dei massacri. Non si decide per conto degli altri e stando in poltrona. Di fronte a questo il “ne’ ne’”, e il” sì, però “ non sono giustificati. Mi riferisco a chi pretende di impartire lezioni di imparzialità ed equidistanza. Uno può rifiutarsi di adempiere alla Costituzione che prevede la solidarietà verso i popoli, ma questo non implica dare indicazioni su come debbano comportarsi. O lodare la resistenza vietnamita e criticare quella Ucraina”.

Parole allineate al recente operato del Governo che qualche mal di pancia, c’è da giurarlo, lo creeranno sia ai contestatori affluiti sotto alla bandiera di Crucioli, sia all’Anpi. E magari anche al “Bucci prima maniera”.  Proprio quello che dopo la vicenda della fascia tricolore alla commemorazione dei caduti della Rsi, e di fronte alle reiterate richieste in sala rossa del capo dell’opposizione Gianni Crivello di dichiararsi pubblicamente antifascista rispose, strumentalmente, o forse no, che lui era antifascista ma anche anticomunista.

La logica imperante del talk show, ma non solo

Intanto la polemica si è trasferita sulla gestione della piazza e dell’ordine pubblico. Se ne è fatto carico il capogruppo del Pd a palazzo Tursi Alessandro Terrile che ha osservato: “Utlizzare i megafoni sotto il podio per tentare di coprire  o interrompere l’orazione del 25 aprile non ha nulla a che fare con la democrazia né con il legittimo esercizio del diritto di protesta”. E annuncia, lo tesso Terrile definendo  la manifestazione di dissenso una trovata elettorale e preoccupante e non all’altezza della città e dell’occasione la gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine: “Quanto accaduto crea un grave precedente ed è per questo che, con una lettera alla Questura,  chiederemo su come è stato gestito l’ordine pubblico in questa piazza”. Osservazione a cui il prefetto Renato Franceschelli ha già risposto lapidario: “Non ho nulla da dire, la piazza e di tutti”.

Concluderei con le ultime parole famose di un presidente emerito della Corte Costituzionale come Giovanni Maria Flick che esprimono una preoccupazione che condivido in larga parte: “L’episodio mi conferma che in questo paese sta prendendo piede la logica da talk show dove ci si urla addosso”.

Logica e urla da talk show, ma non solo, visto che c’è anche la contrapposizione per bande e gli hater da social a fare la loro parte.

Non a caso in questa occasione è ricomparsa in rete  l’immagine poco elegante di un manifesto attribuito  a “Pubblicità e Progresso” di Mussolini in alta uniforme ma a testa in giù, con la scritta: “Non appenderti a un idea sbagliata. Rifiuta il fascismo”, corredata dal messaggio “Buona festa della Liberazione. E non fate i salami”. Si tratta, però di un fake in circolazione da quattro anni che alla bisogna viene regolarmente riproposto.

E allora mi viene da pensare che forse il titolo più adatto sarebbe scaturito addizionando a dovere il “Sss… bboni, state bboni” ….se potete” con il… “per il volemose bene”…. c’è ancora tempo.

Intanto lasciate lavorare l’uomo del fare e del dire. Che dimostrando astuzia e scaltrezza, da manager si è riscoperto – magari soltanto sino al 12 giugno – un fine politico. Per la gioia di mentori e strateghi. Che già stanno gridando al miracolo. E per i mal di testa di alcuni alleati, che una volta insediato penseranno alle eventuali rese dei conti. Magari da applicare al manuale Cencelli delle nomine in giunta dei propri rappresentanti. Certamente a scapito di quei candidati o superesperti che per salire sul carro del probabile vincitore hanno rinunciato al simbolo durante il traghettamento da una parte all’altra della coalizione.

Paolo De Totero

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Quarantacinque anni di professione come praticante, giornalista, vicecapocronista, capocronista e caporedattore. Una vita professionale intensa passata tra L’Eco di Genova, Il Lavoro, Il Corriere Mercantile e La Gazzetta del Lunedì. Mattatore della trasmissione TV “Sgarbi per voi” con Vittorio Sgarbi e testimone del giornalismo che fu negli anni precedenti alla rivoluzione tecnologica, oggi Paolo De Totero è il direttore del nostro giornale digitale.