Camorra, in manette 25 del clan Mallardo accusati di favoreggiamento, auto riciclaggio e truffa

Uno dei principali indagati, condannato a 30 anni, era però ai domiciliari

Napoli – Agli indagati sono contestate, a vario titolo, condotte di associazione per delinquere di tipo camorristico perché, ad esito delle indagini preliminari svolte, sono raggiunti da gravi indizi di colpevolezza di appartenere al clan Mallardo, operante in Giugliano in Campania e comuni limitrofi e confederato con i clan Contini e Licciardi nella cosiddetta “Alleanza di Secondigliano”.
I reati contestati vanno dall’estorsione alla detenzione e porto abusivo di armi da fuoco, false attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria, favoreggiamento personale, fittizia intestazione di beni, impiego di denaro di illecita provenienza, autoriciclaggio, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, aggravati dal comportamento mafioso.

Condannato a 30 anni ma era ai domiciliari

Il principale indagato, già condannato alla pena di anni 30 di reclusione per omicidio, scontava, per un periodo, la pena in regime di detenzione domiciliare per ragioni di salute in un comune del Piemonte ed era stato autorizzato a recarsi per alcuni giorni al mese a Giugliano in Campania  per sottoporsi a cure odontoiatriche. Peraltro, per giustificare la sua assenza in occasione di un controllo dei carabinieri presso l’abitazione dove era ristretto in detenzione domiciliare, aveva anche presentato un falso certificato medico redatto da un medico dentista compiacente, anche lui arrestato.

Estorsioni ai cantieri

Il boss già condannato, che per gestire il clan si avvaleva anche dei suoi familiari più stretti tra cui la moglie, una delle sorelle ed il cognato, durante i giorni di permanenza a Giugliano, organizzava summit con gli altri affiliati e gestiva i proventi delle attività illecite che confluivano in una cassa comune da cui i complici attingevano denaro sia per il proprio sostentamento che per quello dei detenuti e delle loro famiglie. Lo stesso indagato, secondo le emergenze investigative valutate dal Gip, era il “reggente” del clan, e gestiva le attività criminali, in particolare le estorsioni ai cantieri edili, sia nel territorio cittadino di Giugliano che nei territori di Licola, Varcaturo e Lago Patria, ovvero su tutta la fascia costiera.

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