Pericolosità sociale e sorveglianza speciale: la Cassazione mette la parola fine ai ricorsi dei fratelli Fotia

Tre anni a Pietro e 2 anni a Donato e Francesco: un macigno sui leader del movimento terra savonese

Genova – Tre anni di sorveglianza speciale a Pietro Fotia e due a Donato e Francesco. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha confermato l’appello bis e rigettato i ricorsi dei fratelli del movimento terra. Nella sentenza, pronunciata a maggio e pubblicata ieri, si legge che a pesare sulla decisione dei giudici è stata la circostanza per cui i tre hanno “fatto ricorso per ben due volte, a breve distanza di tempo, all’intestazione fittizia di loro società al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali”.
Un comportamento ritenuto “espressione di una perdurante pericolosità” e questo “a prescindere dall’esistenza o meno di un collegamento con un’eventuale consorteria mafiosa”. Lo mette in rilievo la quinta sezione presieduta da Gerardo Sabeone, sottolineando che non sempre “la pericolosità sociale è strumentale agli interessi di un’associazione di stampo mafioso”.
E in effetti, ad aprile 2021, i fratelli erano stati condannati insieme a un nipote per il reato di intestazione fittizia, dopo che la Cassazione aveva rimandato, di nuovo, le carte alla Corte d’Appello genovese per un processo bis.
Una storia lunga di trucchetti per eludere le misure di prevenzione.

L’antefatto: il gioco dei subappalti e delle intestazioni fittizie

Volevano eludere le misure di prevenzione antimafia e continuare a trafficare con gli appalti pubblici come se niente fosse.
Per questo il 9 marzo del 2015 gli uomini della DIA e la polizia di Savona avevano eseguito il sequestro preventivo per 10 milioni di euro dei beni aziendali dei fratelli Fotia.
Colpiti nel 2012 da un’interdittiva antimafia, poi confermata dal Consiglio di Stato nel 2014, secondo gli inquirenti i tre fratelli avevano dribblato i controlli della Prefettura facendo assorbire l’interdetta Scavo-Ter Srl da due nuove società, P.d.f. e Seleni Srl, intestate a due prestanome: il nipote Giuseppe Criaco e il direttore tecnico Remo Casanova.
Queste “scatole di cartone” servivano a nascondere la partecipazione dei Fotia e della loro azienda storica in numerosi appalti: dai cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia, al villaggio hi-tech di Erzelli, alla piattaforma Maersk di Savona, fino ai lavori banditi dall’IRCCS San Martinoper un nuovo blocco operatorio centralizzato e per la realizzazione del collegamento tra i padiglioni Maragliano e Monoblocco.

I processi

È una storia travagliata quella dei processi ai Fotia, che comincia nell’ottobre del 2017 quando il Tribunale di Savona condanna con rito abbreviato i tre fratelli, e con loro il nipote Criaco, disponendo pure la confisca dei beni già sotto sequestro preventivo.
Poi arriva il colpo di scena a gennaio 2019, con un’assoluzione in appello che ribalta completamente la sentenza di primo grado, stabilisce che “il fatto non sussiste”, e restituisce i beni.
Ma non finisce qui.
A distanza di nove mesi interviene a mettere ordine la Cassazione che dà un colpo di spugna alla decisione d’appello e rinvia le carte per un nuovo esame. La Corte d’Appello condannerà sia i Fotia che il nipote ma per i dieci milioni di euro prima confiscati e poi restituiti ormai è troppo tardi.
E c’è di più. Recentemente, a dicembre 2020 per essere precisi, i tre fratelli sono stati condannati in primo grado a tre anni e 6 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. Avrebbero sottratto alla Scavo-Ter oltre un milione di euro di compensi prima di dichiararne il fallimento.

Ma chi sono i Fotia della Scavo-Ter?

Se è vero che per i fratelli Fotia non c’è stata nessuna contestazione di 416-bis, leggendo le carte del decreto di sequestro salta all’occhio che di ‘ndrangheta si parla parecchio.
L’attenzione della DIA è puntata soprattutto sulle frequentazioni di questa famiglia originaria di Africo, comune della città metropolitana di Reggio Calabria, con alcuni elementi della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, “egemone sul territorio calabro, con un ruolo importante negli equilibri della criminalità organizzata e con diverse propaggini nel Nord Italia”.
“Rapporti solidi”, scrive ancora la DIA, rafforzati con la politica matrimoniale: le donne Fotia, in effetti, di cognome fanno Palamara e Bruzzaniti.
E poi c’è l’avvocato, quello che li ha seguiti nei primi processi da cui sono usciti puliti. Di nome fa Giancarlo Pittelli e oggi è imputato nel maxi processo Rinascita Scott per concorso esterno in associazione mafiosa.

Simona Tarzia

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.