Processo Morandi, Diaz: “Le carte parlano, ci aspettiamo una condanna”

Il fratello di Henry Diaz, una delle vittime del crollo del viadotto sul Polcevera, non ha mai perso un’udienza

Genova – “Sono molto soddisfatto di vedere come i giudici hanno impostato il processo, di come abbiano già calendarizzato le udienze per un anno. Ci fa capire che vogliono andare spediti verso una giustizia che diventa possibile”.
Così Emmanuel Diaz, che nel crollo del 14 agosto 2018 ha perso il fratello Henry, racconta le sue prime impressioni sul processo per la tragedia di ponte Morandi, iniziato questa mattina a Genova.

“Essere qui è un traguardo che si basa anche su quanto abbiamo creato in questi quattro anni” dice, sottolineando che i parenti delle vittime hanno sempre fatto riferimento a fonti attendibili, anche quando denunciavano che la latitanza di Regione e Comune, che poi si sono costituiti parte civile in corner, “avrebbe impedito loro di ottenere dei benefici”.

“Oggi siamo qui” e grazie a questo processo “andremo a scoprire tanti elementi sgradevoli e potremo chiedere spiegazioni sul perchè dell’assenteismo delle istituzioni”. Parla con rammarico Diaz, ricordando che “chi aveva il compito di sorvegliare questa rete autostradale non lo ha fatto” e che “il ponte è crollato all’interno della città, a pochi chilometri dal Comune e dalla Regione”. Praticamente “sotto i loro occhi”, precisa, e si chiede se “continueranno a far finta di niente e a glorificarsi per la ricostruzione”.

Non le manda a dire Diaz che prendendo spunto da come è finito l’incidente probatorio sottolinea che “ci aspettiamo una condanna” per gli ex manager e gli ex tecnici, “perchè la colpa è loro. Non è un fatto di dolore o di rabbia. Sono le carte che ci spingono a chiederla”.
Poi su Aspi e Spea, le due società che sono uscite dai guai con un patteggiamento, è categorico: “Il patteggiamento è un’ammissione di colpa, un elemento in più contro i 59 imputati di questo processo” senza contare che “le due società sono ancora inquisite negli altri filoni di indagine che si sono aperti dopo il crollo”, quello sulle gallerie e quello sulle barriere antirumore.
Anche per questo è assurdo che un’azienda come Autostrade “sia stata tutelata dallo Stato italiano” che di fatto ha pagato i Benetton per riprendersela. Forse, conclude Diaz, “ci stanno nascondendo qualcosa. Forse l’incapacità statale è molto più grande di quello che possiamo immaginare”.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.