‘Ndrangheta in Lombardia: in manette anche il genero di Mancuso, boss di Limbadi

3 arresti per estorsione e per spaccio di stupefacenti. Nei guai anche un’avvocatessa che aveva reclutato i mafiosi per un recupero crediti

Milano – La Procura di Milano ha eseguito tre provvedimenti di custodia cautelare per i reati di estorsione, anche aggravata dal metodo mafioso, e cessione di sostanza stupefacente,  congiuntamente a 27 avvisi di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito di un procedimento su un presunto gruppo ‘ndranghetista in Lombardia. Gli arresti sono stati eseguiti dai Carabinieri del Ros su delega della Dda di Milano, nell’ambito dell’inchiesta “Medoro” sulla presunta “esistenza nel territorio del capoluogo lombardo di un gruppo criminale di matrice ‘ndranghetista”, caratterizzato “dallo stabile collegamento” con la famiglia dei Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) che avrebbe commesso “un numero indeterminato di reati” che spaziano dal narcotraffico alle attività estorsive di recupero credito tramite violenze e minacce.

Le tre persone finite in manette, presunti appartenenti rispettivamente alla ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Sacra corona unita, hanno visto spalancarsi le porte del carcere su ordine del gip Lidia Castellucci con l’accusa di estorsione nell’ambito dell’inchiesta “Medoro” della Dda di Milano. Secondo gli investigatori sarebbero stati reclutati  da un’avvocatessa V.M. per recuperare 44 mila euro che, a sua detta, aveva prestato all’ex compagno.

Mafiosi reclutati da un’avvocatessa per recuperare del denaro

L’avvocatessa avrebbe incaricato Arturo Garofalo, cugino dei fratelli Fontana della famiglia omonima di Cosa Nostra, per costringere l’ex a restituire la somma. Garofalo, a sua volta, avrebbe reclutato Luigi Aquilano, genero del boss Antonio Mancuso ai vertici del clan di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Non paga, l’avvocatessa avrebbe anche “attivato” Cristian Cucumazzo, un altro mafioso appartenente al clan Strisciuglio di Bari della Sacra corona. Quest’ultimo, seppur detenuto nel carcere di Siracusa, sarebbe comunque riuscito con WhatsApp a mandare, anche alla madre della vittima, messaggi fortemente intimidatori e con foto di armi da guerra.

Attività di recupero crediti esportata anche alle Baleari

L’indagine complessiva è partita nel 2018 e ha portato alla luce un maxi traffico di droga con movimentazioni di hashish, marijuana e cocaina e una “importazione di quasi 2 tonnellate di hashish” per un volume di affari di alcune centinaia di migliaia di euro. Il gruppo mafioso si occupava anche di recupero crediti con “intimidazioni” per “coartare la volontà dei debitori” ma anche per “costringere gli stessi creditori a sottostare alle imposizioni ricevute” riguardo ai “compensi” da girare al clan.
Recupero crediti che in parte si sarebbe svolto anche alle Baleari, dove “gli indagati hanno esportato il loro know how criminale, offrendo il ‘servizio’ di recupero crediti ad imprenditori locali ed espandendosi nel settore della sicurezza dei locali notturni”.

La figlia del boss controllava i magistrati che entravano nel suo bar vicino al tribunale

Luigi Aquilano, il genero del boss 84enne Antonio Mancuso, arrestato questa mattina nell’ambito dell’operazione della Dda di Milano, aveva acquistato nel 2020 un bar di fronte all’ingresso di via Manara del Tribunale di Milano. Nel locale lavorava la moglie Rosaria Mancuso (che non è indagata), e che approfittava della situazione per prendere informazioni sulla clientela del locale, composta da magistrati avvocati e membri delle forze di polizia e personale impiegato negli uffici giudiziari.

In particolare, come si legge nell’ordinanza del gip Lidia Castellucci, Rosaria Mancuso “approfittando delle generalità riportate sui ticket” dei buoni pasto aveva “aveva recuperato informazioni  sulla storia e sulla carriera professionale dei magistrati  che frequentavano il bar”. La donna raccontava al marito e ad un amico che “proprio quel giorno, si era recato al loro bar un giudice che aveva presieduto il processo relativo alla riconducibilità della nota farmacia Caiazzo di Milano alla famiglia mafiosa degli Strangio”.
La donna ha anche parlato agli interlocutori di una magistrata “bionda che ha fatto processi importanti” e di un altro magistrato cliente che “faceva parte del processo Why Not” contro la Ndrangheta.

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