Clima, Mercalli: “Ci restano sette anni e mezzo per invertire la rotta o sarà troppo tardi”

Ora o mai più. Se non rispetteremo gli impegni per il 2030, a fine secolo l’aumento di temperatura sarà nell’ordine di 5°C e il mare salirà di 1 metro

Ci restano sette anni e mezzo per invertire la rotta. “È il 2030 il primo momento di verifica per capire se siamo davvero sulla strada giusta” per diminuire i rischi connessi al cambiamento climatico. “E non sto parlando di guarigione perché ormai non si può più raggiungere. Avremmo dovuto cominciare cinquant’anni fa e non l’abbiamo fatto. Ora i sintomi sono già qui”.
A lanciare l’allarme è Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e divulgatore scientifico, che punta il dito anche sui ritardi della politica che “agisce in emergenza” come se la siccità, le notti tropicali e tutte le altre anomalie della colonnina di mercurio non fossero prevedibili.

“Sono oltre trent’anni che la comunità scientifica ci avverte, ma forse allora le conseguenze del riscaldamento globale non erano ancora percepibili dalle persone non addette ai lavori” spiega l’esperto sottolineando che “oggi invece le sentiamo tutte sulla nostra pelle”. E poi fa l’elenco delle ondate di calore che hanno infuocato il Mediterraneo negli ultimi anni, “la prima nell’estate del 2003”. Da lì in poi, precisa, “il caldo africano colpisce quasi un’estate su due. Il 2015 ha avuto il luglio più caldo della storia, forse a pari merito con quello che stiamo vivendo ora. E c’è l’estate del 2017 con la siccità e la crisi dell’acqua del lago di Bracciano”, quando Roma ha rischiato la sospensione della fornitura idrica e il razionamento feroce.
Il problema è che “le grandi anomalie climatiche suscitano periodicamente un momento di attenzione che poi, quando vengono risolte o dalla pioggia o dal secco, perché non dimentichiamo che la prossima notizia saranno le alluvioni, tornano nel dimenticatoio e ai fatti di cronaca non corrisponde una programmazione da parte della politica che sia a lungo a lungo termine”.

O peggio. Ai fatti di cronaca, spesso catastrofici come la tragedia della Marmolada, si risponde con superficialità, negando il surriscaldamento globale con ipotesi fantasiose per cui il clima cambierebbe per cause naturali e in modo ciclico.
Volete sapere dove devono andare i negazionisti del cambiamento climatico? Non posso dirlo per motivi di bon ton”. Si arrabbia Mercalli e poi ci tiene a chiarire come “puntualmente le previsioni della scienza si stanno verificando ed è scienza di alto livello. Oltre alle Nazioni Unite, che vagliano tutta la produzione scientifica mondiale e dai primi anni ’90 la pubblicano nel rapporto periodico del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico – l’IPCC -, ci sono anche i premi Nobel per la fisica assegnati lo scorso autunno a Giorgio Parisi, Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per i modelli di simulazione sul riscaldamento globale”. E parliamo di equazioni che “risalgono al 1967”, puntualizza ancora l’esperto che si chiede “che cosa vogliamo ancora? La climatologia ufficiale, e non i ciarlatani del negazionismo climatico, ci dice che questo è inequivocabilmente frutto delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle attività umane, non c’è nulla di ciclico in questo cambiamento climatico”.
Se è vero che “la Terra ha subito anche mutamenti ciclici dovuti per esempio a fattori astronomici come l’attività solare”, oggi “il sole è quieto ci dicono i nostri colleghi astrofisici. Anche i vulcani sono quieti. Restano la COe gli altri gas a effetto serra emessi in 200 anni di rivoluzione industriale“.
La nostra, insomma, è una crisi climatica unica nella storia.

E non bisogna essere scienziati per unire i puntini e capire che “ogni minuto che perdiamo per dar retta alle frottole che creano soltanto degli alibi è un minuto che non spendiamo per curare questa malattia. Adesso che la febbre è qui tra noi ancora vogliamo perdere dell’altro tempo a dirci che non è colpa nostra?”.
Bisogna agire in fretta, invece. Non ha dubbi Mercalli. Lo dicono anche gli ultimi pacchetti climatici dell’Ue: “Anche l’Unione Europea con i suoi programmi di decarbonizzazione, Green deal e Fit for Fifty Five, ci dice che non abbiamo più tempo, e che dobbiamo ridurre del 55% le emissioni europee entro il 2030 per arrivare a zero al 2050″.
Un obiettivo difficile perché “vuol dire dimezzare in 7 anni e mezzo quello che noi stiamo producendo ora” e il problema più grosso è che “non abbiamo neanche cominciato”. La soluzione? Metterci una pezza, come si dice. Perché raggiungere il traguardo stabilito per il 2030 non guarisce il pianeta, semplicemente “ci permette di rimanere sotto i 2°C di aumento di temperatura a fine secolo che è la soglia di sicurezza per i nostri figli e nipoti, per non consegnare loro un pianeta invivibile“. Diversamente, “l’aumento di temperatura sarà nell’ordine di 5°C e il mare salirà di 1 metro per la fusione dei grandi ghiacciai della Groenlandia e per l’espansione termica delle acque”. E il cambiamento sarà irreversibile.

Per garantire la transizione climatica, l’Unione Europea ha studiato una guida agli investimenti “green”. Peccato però che questa cosiddetta Tassonomia abbia dato la patente di energia verde anche al nucleare. La giustificazione? Che non emette CO. Lo ha detto anche il Ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, a Genova per l’evento “Italia Domani – Dialoghi sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”.
Sarà. Ma Mercalli corregge il tiro: “Il nucleare non è a emissioni zero, sono solo un po’ più basse. E attenzione, l’uranio non lo troviamo nell’aiuola sotto i nostri piedi. L’uranio è poco nel mondo e bisogna andarselo a cercare in poche miniere e in Stati che ce l’hanno. Da questo punto di vista l’Italia sarebbe comunque schiava della fornitura estera esattamente come lo è per il petrolio e per il gas”. Per non parlare dei “problemi non risolti sulla sicurezza e sullo stoccaggio delle scorie” e, come se non bastasse, del fatto che la transizione energetica non può aspettare i tempi di costruzione delle centrali. “Se cominciamo a costruire una centrale nucleare oggi, nell’ipotesi migliore sarà pronta fra una dozzina d’anni”, commenta l’esperto facendo l’esempio degli ultimi due impianti realizzati in Europa: “Olkiluoto in Finlandia e Flamanville in Normandia hanno richiesto dai 12 ai 15 anni di cantiere e quindi arrivano fuori tempo massimo”.

E a ricordarci quanto siamo lenti nella transizione c’è anche il nodo delle rinnovabili: mediamente ogni anno in Italia ne installiamo 0,8 gigawatt. Pensate che per raggiungere l’autonomia energetica e centrare gli obiettivi al 2030, dice il Mite, dovremmo installarne 8.
“L’Italia in realtà non è affatto indietro con le rinnovabili, l’Italia è stata apripista e capofila nei primi anni 2000. Con il conto energia del 2005 era il terzo Paese al mondo per velocità di installazione dei pannelli fotovoltaici. Ha lavorato bene anche sull’eolico”. Lo chiarisce Mercalli che poi però parla di “marcia indietro” e di “un preciso disegno nel penalizzarle dopo che stavano partendo con la giusta velocità”. In parole povere: “L’Italia stava facendo bene ma ha fermato questo processo, forse per garantire degli altri interessi“.

Eppure il cambiamento climatico non è un’opinione. Anche “l’Accordo di Parigi ci dice di ridurre in tutti i modi le emissioni di gas a effetto serra”, ribadisce Mercalli. Altrimenti, se non faremo scelte responsabili in questa direzione, “il rischio è quello di avere un mondo invivibile a più 5°C”. Perché una cosa è certa: l’obiettivo di contenere l’aumento sotto i 2°C è ancora lontano, mentre il 2030 è vicinissimo.
Quindi che si fa?
“Da una parte c’è la tecnologia che ci permette di ridurre l’uso e lo spreco di energia nelle nostre case con l’edilizia sostenibile, ad esempio, prevista tra l’altro nei vari provvedimenti degli ecobonus”. E ci sono le rinnovabili casalinghe, cioè “pannelli solari che possiamo installare praticamente tutti, e se non abbiamo un tetto possono stare perfino sul balcone”, consiglia l’esperto che ormai da anni ha cambiato il proprio stile di vita, anche nei mezzi di trasporto.
“L’aereo è il più inquinante e dovremmo usarlo il meno possibile. Io ho scelto di non muovermi più in aereo da quattro anni, ormai. Lo sostituisco con il telelavoro per gli usi professionali mentre per il turismo scelgo delle destinazioni a corto raggio”. Anche l’auto elettrica può essere una soluzione, purché caricata con l’energia rinnovabile e di dimensioni medio piccole, non giganti come quelle di tendenza”.

E se il futuro va ancora di moda e vogliamo vincere la sfida, la risposta sta pure nella dieta. È un altro dei temi messi al centro da Mercalli: “Una dieta a forte componente di carne ha grandi responsabilità sulle emissioni di metano, che è un altro gas a effetto serra”. Quindi mangiamo meno carne, è già un passo avanti, “senza diventare vegetariani per forza”.
Anche il cibo che viaggia inquina il mondo. Coldiretti, qualche anno fa, ha calcolato che una bistecca in arrivo dall’Argentina nel suo viaggio di 11 mila chilometri ha bruciato circa 7 kg di petrolio e liberato 20,8 kg di anidride carbonica nella sola tratta aerea intercontinentale. Ne vale la pena?
No, e non è certo questa la ricetta giusta per salvare il pianeta. “Compriamo più cibo locale e meno merci che hanno viaggiato per i quattro angoli del pianeta” conclude l’esperto guardando una porta container: “Altrimenti ogni volta che vediamo una di quelle navi lì che porta inutilmente cose che potremmo comprare dietro la porta di casa, è tutta energia nascosta dentro il prodotto che abbiamo acquistato”.
Non è così difficile proteggere l’ambiente. Basta fare tesoro di quello che gli scienziati ci dicono da almeno trent’anni e “cercare di essere consapevoli che il pianeta ha dimensioni limitate e quindi non può sopportare degli appetiti infiniti ai quali invece la nostra economia sembra volerlo sottoporre“.

Simona Tarzia

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.