Processo ai mandanti della Strage di Bologna, i parenti: la sentenza conferma il coinvolgimento della P2 e le protezioni dei servizi segreti

Il discorso di Paolo Bolognesi dal palco di piazza Medaglie d’Oro fa il punto su 42 anni di vicende giudiziarie e depistaggi

Bologna – “Il 6 aprile è arrivato a sentenza, in primo grado, il processo ai mandanti della strage che, grazie all’enorme mole di documenti raccolti, chiarisce e amplia il quadro mostruoso e atroce di connivenze, depistaggi e abusi di potere che si sono consumati prima e dopo l’eccidio del 2 agosto.
Oltre a confermare gli esiti giudiziari precedenti, viene confermato in modo eclatante che la strage fu progettata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei Servizi Segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti”.

Comincia così il discorso di Paolo Bolognesi, il presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage del 2 agosto 1980, che oggi dal palco allestito in piazza Medaglie d’Oro ha fatto il punto su una vicenda giudiziaria che è durata 42 anni e non è ancora finita.

“Questa sentenza di primo grado dà anche un volto e un nome al quinto esecutore materiale della strage: è Paolo Bellini neofascista dal curriculum criminale terrificante. Già nel 1975 compie attentati e un omicidio politico per poi divenire collaboratore di giustizia, killer per la ‘ndrangheta, ed essere, infine, coinvolto nella inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
La ricostruzione delle protezioni di cui ha beneficiato Bellini è impressionante, a partire dai rapporti col Procuratore Capo di Bologna nel 1980, Ugo Sisti che contribuì a dirottare l’inchiesta sulla strage verso una fantomatica pista internazionale; lo stesso Ugo Sisti, che era a capo del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, DAP, al tempo delle manovre del Sisde presso il carcere di Ascoli Piceno all’epoca del sequestro Cirillo. Fu proprio allora che Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Piazza della Loggia, e Carmine Palladino arrestato per la strage del 2 agosto furono trasferiti nel carcere di Novara in cui vennero uccisi da Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, affinché non potessero rivelare quanto sapevano sullo stragismo nero il primo, e sulle movimentazioni finanziarie e sui finanziatori occulti il secondo.

“Strategia dell’arcipelago”

Bellini era un esponente di Avanguardia Nazionale, Ciavardini e Picciafuoco erano di Terza Posizione, Mambro, Fioravanti e Cavallini erano i capi dei NAR: quel 2 agosto di 42 anni fa, qui, in stazione, erano presenti tutte le sigle dell’estremismo neofascista.
L’attuazione pratica della cosiddetta ‘strategia dell’arcipelago’, che vedeva muoversi le varie sigle eversive apparentemente divise ma unite per obiettivi comuni. Il giudice Mario Amato, aveva intuito che nell’estrema destra si stava organizzando qualcosa di molto grosso che avrebbe riunito con un unico obiettivo la variegata galassia nera e per questo fu ucciso.

P2 e Servizi segreti

Il suo lavoro è stato fondamentale per la ricostruzione del contesto eversivo in cui è maturato l’attentato. Come accertato anche dalle ultime sentenze, la strage del 2 agosto va inserita nella più ampia strategia della tensione, perseguita dall’eversione di destra e sostenuta da un coacervo d’interessi di cui erano portatori, oltre le frange neofasciste, anche i vertici dei Servizi Segreti, la massoneria piduista ed esponenti politici.
E infatti nel 1978 avvenne la nomina da parte dell’allora Consiglio dei Ministri, presieduto da Giulio Andreotti e con l’avallo di Francesco Cossiga, dei direttori dei Servizi Segreti tutti iscritti alla loggia massonica P2 e infedeli allo Stato democratico.
Questi vertici erano in carica durante la vicenda del rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro e mentre si verificavano molti delitti eccellenti tra cui spiccano quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, quello del magistrato Mario Amato e la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Con le udienze dell’ultimo processo per l’attentato del 2 agosto e con le udienze di altri processi in corso, tra cui quello sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino, si vanno componendo i pezzi di un enorme puzzle che potrebbe spiegare intrecci, reti e depistaggi che hanno segnato non solo gli orrori degli anni del terrorismo, ma l’intera storia criminale e politica della nostra Repubblica, fino ad arrivare ai giorni nostri. Una nuova area di verità si è aperta. Una verità che racconta un fenomeno criminale sistemico, ramificato e costante, volto a condizionare la libertà e la democrazia non solo nel 1980, ma anche negli anni successivi.

42 anni di indagini e processi costellati da depistaggi

42 anni di indagini e processi costellati da depistaggi ci fanno capire che non si tratta solo di storia passata, ma anche di attualità. Infatti, nel recente processo ai mandanti, gli accusati, condannati per depistaggio e per false dichiarazioni rese agli inquirenti, i reati li hanno commessi nel 2019.
Ad esempio, l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, imputato per depistaggio, è stato condannato a 6 anni e Domenico Catracchia, l’ex amministratore di condominio in via Gradoli a Roma (dove trovarono rifugio sia le Br che i Nar, n.d.r.), accusato di false informazioni ai Pm al fine di sviare le indagini, è stato condannato a 4 anni con le aggravanti.

Tutto ciò conferma che ancora oggi certi segreti debbono essere coperti per non compromettere equilibri consolidati nel tempo e ancora attuali.

In questi 42 anni di indagini e processi, il depistaggio, il tentativo di deviare la verità e di inquinare la giustizia, sono stati una costante: nei primi istanti dopo l’esplosione del 2 agosto 1980, si tentò di sostenere la tesi dello scoppio di una caldaia, poi si introdusse la pista internazionale sfociata nella pista palestinese con uno stillicidio di varianti che ogni anno vengono sempre riproposte fino alla vigilia di questo anniversario. L’ultimo accertato tentativo è stato svolto durante quest’ultimo processo nel corso del quale sono stati inviati gli atti alla Procura di Bologna per valutare la possibilità di incriminare per depistaggio tre consulenti tecnici che ricoprono ruoli istituzionali nello Stato. Un’intercettazione che coinvolgeva pesantemente Bellini, è stata trasformata in un depistaggio.
Gli episodi sono così numerosi che non si contano.
E, fatto più preoccupante, non si fermano e, molto spesso, trovano appoggio e sostegno da stampa nazionale e da molte emittenti televisive”.

“Un segno di buona volontà seguito da un pessimo segnale”

In un altro passaggio del suo discorso Bolognesi ringrazia “il presidente del Consiglio Mario Draghi che con una direttiva emessa il 2 agosto dello scorso anno ha decretato il versamento all’Archivio di Stato di tutti i documenti relativi alla loggia massonica P2 e alla organizzazione paramilitare Gladio, ponendole di fatto come organizzazioni che hanno a che fare con l’eversione e lo stragismo”.
“Un segno di buona volontà” dice, ma aggiunge subito che è stato “seguito da un pessimo segnale, cioè la nomina ferragostana dell’anno scorso, con una procedura discutibile e ambigua fatta dal ministro Dario Franceschini, del dott. Andrea De Pasquale alla direzione dell’Archivio di Stato”.

La figura di De Pasquale

De Pasquale, in qualità di direttore della Biblioteca di Roma, “era stato al centro di polemiche per i comunicati in tono celebrativo di Pino Rauti, fondatore del gruppo Ordine Nuovo. Vogliamo ricordare che alcuni affiliati ad Ordine Nuovo sono gli esecutori dell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, della strage di piazza Fontana a Milano e della strage di piazza della Loggia a Brescia.
L’Archivio di Stato è quell’ente che ufficialmente detiene la memoria del nostro Paese dove è, tra l’altr contenuta la copia originale della nostra Costituzione antifascista. E dove tutti i documenti desecretati dovrebbero essere depositati. La sollevazione di tanti intellettuali e studiosi capaci, delle associazioni delle vittime delle stragi, non ha impedito la sua nomina a capo di una istituzione così rilevante.
E consideriamo un pessimo segnale anche il convegno organizzato in un’aula del Senato da Fratelli d’Italia per celebrare la figura di Gianadelio Maletti, Direttore dell’ufficio D del SID, Servizio Segreto civile, iscritto alla loggia massonica P2 già condannato per favoreggiamento nell’ambito della strage di Piazza Fontana. Celebrare una figura simile, in una sede istituzionale, a pochi giorni dalla sentenza ultima sulla strage del 2 agosto, è un chiaro messaggio di protezione a un sistema di potere ancora operante e capace di attivarsi”.

Francesca Mambro e Valerio Fioravanti

Sempre nel recente processo, continua Bolognesi, “sarebbe emersa una rete di protezione economica pronta ad aiutare gli ex terroristi dell’eversione neofascista anche nel corso dell’esecuzione della pena.
È infatti del 2007 l’intercettazione ambientale nella quale Gennaro Mockbel, persona con precedenti penali e legata agli ambienti dell’eversione neofascista, incredibilmente affermava di avere corrisposto la somma di ‘1 milione e due’ per tirare fuori dal carcere Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.
Non solo. L’ex terrorista Mario Tuti avrebbe ricevuto addirittura somme di denaro mensili mentre beneficiava del regime della semilibertà.

Inoltre, gli investigatori dell’epoca accertavano che tra il Mokbel, la Mambro e il Fioravanti, vi fossero legami consolidati, collaborando nel progetto di un partito politico che avrebbe aiutato l’elezione di un Senatore della Repubblica Italiana, tutto questo mentre Valerio Fioravanti beneficiava della libertà condizionale e non aveva ancora finito di espiare la condanna all’ergastolo anche per la strage alla stazione di Bologna.

Si aggiunga ulteriormente quanto emerso dalle recenti inchieste giornalistiche riguardo alle Associazioni e Cooperative di Luigi Ciavardini e di sua moglie Germana De Angelis che operano all’interno delle carceri di Rebibbia a Roma, di Frosinone e di Terni, organizzando attività di reinserimento dei detenuti che consentono di ottenere benefici premiali, compresa la semilibertà. L’Associazione di Ciavardini opererebbe all’interno del carcere una diretta selezione dei detenuti da far partecipare ai corsi di reinserimento, contrariamente alle regole carcerarie.
Di più. La stessa moglie di Ciavardini dichiara al giornalista che la loro Associazione ha aiutato Cavallini ad uscire dal carcere di Terni, nel 2017. Dall’inchiesta emergerebbe quindi un rapporto attuale tra i due ex terroristi. Ad oggi noi sappiamo che Ciavardini è imputato per il reato di falsa testimonianza, resa nel processo di primo grado che ha condannato Cavallini come quarto esecutore della strage alla stazione di Bologna.

E poi non ultimi, ci sono i silenzi e i tentativi di inquinamento mediatico: quelli che trattano come mero fatto locale le ultime importantissime risultanze processuali sulla strage del 2 agosto, oppure, addirittura, non ne danno affatto notizia, per tenere la popolazione in un lockdown informativo permanente, sapendo bene che la conoscenza dei fatti e la consapevolezza sono il primo presupposto di ogni cambiamento.
Se c’è una lezione che abbiamo imparato in questi 42 anni, è che ogni grande cambiamento comincia con una semplice azione e con la scelta di fare la propria parte.
Il processo ai mandanti della strage di Bologna per molti potenti non si doveva fare. La Procura di Bologna voleva archiviare tutto il carteggio e le memorie presentate dall’Associazione delle vittime senza sviluppare nessuna indagine, ma la Procura Generale di Bologna ha scelto di avocare l’indagine e di fare così la propria parte, colmando enormi e macroscopiche lacune. Ha avocato a sé l’indagine, ha istruito un processo da più parti ostacolato, e il processo è arrivato a una sentenza e a risultati impensabili fino a pochissimi anni fa.

Avevamo ragione, la nostra Associazione, i suoi collaboratori e i nostri avvocati hanno dimostrato che avevamo ragione. Il documento Bologna, che prova i finanziamenti sottratti da Licio Gelli dal crack del Banco Ambrosiano versati poi agli esecutori della strage del 2 agosto 80, era già a conoscenza dell’Associazione da anni. Grazie a un bravissimo cancelliere di Milano, che ha scelto di fare la propria parte, è stato possibile per la Procura Generale recuperare l’originale.
E grazie alle scrupolose indagini di agenti della Guardia di Finanza e della DIGOS di Bologna, che hanno scelto anche loro di fare la propria parte, è stato possibile interpretare lo stesso documento e ricostruire il flusso di denaro che dai mandanti piduisti arriva ai depistatori e agli esecutori materiali della strage fascista del 2 agosto 80.
Il primo finanziamento per creare una pista internazionale è datato 16 febbraio 1979, circa un anno e mezzo prima della strage.

Già a quei tempi, i vertici della P2 organizzarono i depistaggi e gli inquinamenti futuri a cui molti politici di varie tendenze si sono accodati, attratti da chi li orchestrava.
Il filmato che ritrae Paolo Bellini pochi minuti dopo lo scoppio della bomba, qui in stazione, era già tra i documenti dell’inchiesta, ma grazie al coordinatore del nostro collegio di parte civile Avv. Andrea Speranzoni è stato possibile individuare in modo inequivocabile il 5° esecutore materiale della strage.

E hanno scelto di fare la propria parte come testimoni anche i familiari di Paolo Bellini, venendo in aula a dire la verità, mettendo in discussione la loro vita, facendo una scelta difficile e coraggiosa che noi familiari delle vittime apprezziamo e rispettiamo profondamente.

E hanno scelto di fare la propria parte i magistrati giudicanti dell’ultimo processo sulla strage del 2 agosto, che hanno deciso di raccogliere l’eredità morale e il lavoro investigativo di magistrati come Vittorio Occorsio, Mario Amato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, arrivando a una sentenza storica, che indica la strage come il risultato di un gruppo occulto di potere, che risale alla P2: lì si annida la spiegazione dei vincoli tra chi l’ha eseguita e chi l’ha coperta.

E questo è solo l’inizio. Quanto emerso è solo l’inizio per uscire dalle logiche di ricatto che hanno condizionato e ancora condizionano la nostra vita democratica.
Siamo solo all’inizio.
Sono passati 42 anni e siamo solo all’inizio.

Questa frase può sembrare una sconfitta, ma non lo è.
Se la posta in gioco è la ricostruzione di un Paese che possa finalmente essere davvero libero, democratico e trasparente, vale ancora la pena di lottare.
Se la posta in gioco è la creazione di uno Stato inteso come bene comune dove ognuno faccia la sua parte per rendere più umana e solidale la nostra società, il nostro impegno civile non potrà mai cessare.
Per noi familiari delle vittime fare la propria parte significa continuare a perseguire giustizia e verità. L’unico modo per convivere con il lutto è trovare pace nella giustizia”.

Infine arrivano i ringraziamenti. Conclude Bolognesi: “Come fare la propria parte, ce lo avete insegnato per primi voi: 42 anni fa molti di voi sono rientrati dalle ferie per prestare soccorso, alcuni scavando con le mani tra le macerie ci hanno salvato la vita. Tutti voi, stando ogni anno qui al nostro fianco, date forza e aggiungete valore al nostro impegno.
Facendo la propria parte, un’azione alla volta, una scelta alla volta, si può cambiare il mondo.
Di fronte a questa splendida piazza viene da dire che facendo la propria parte, se anche tutto sembrerà difficile, nulla sarà davvero impossibile.
Grazie”.

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