“Non piangiamo la morte della regina Elisabetta perché ci ricorda un periodo tragico nella storia del nostro Paese e dell’Africa”

Controcorrente: il partito sudafricano dei Combattenti per la Libertà Economica e due giornalisti ricordano i massacri degli indigeni

Un partito d’opposizione sudafricano, un editorialista keniano e un caporedattore nigeriano sono tre voci africane fuori dal coro di encomi per la defunta Regina Elisabetta II che il quotidiano Le Monde ha raccolto in Africa, dove la Gran Bretagna ha fondato buona parte della sua potenza coloniale.
“Non piangiamo la morte della regina Elisabetta perché ci ricorda un periodo molto tragico nella storia del nostro Paese e dell’Africa”, ha dichiarato il sudafricano partito dei Combattenti per la Libertà Economica (Eff). “Durante i suoi 70 anni di regno, la Regina non ha mai riconosciuto le atrocità che la sua famiglia ha inflitto ai popoli indigeni che la Gran Bretagna ha sottomesso nel mondo”, ha aggiunto la formazione radicale di ideologia panafricana, fondata nel 2013 da fuoriusciti dell’African National Congress (Anc), il partito al governo.
In Kenya, dove la ribellione anti-colonialista dei Mau-Mau (1952-1960) fu repressa dai britannici causando la morte di circa centomila keniani e il carcere per altri 300 mila, “nessuno menziona cosa facevano gli inglesi” quando Elisabetta “è diventata regina”, ha twittato l’editorialista e fumettista Patrick Gathara.

Dal canto suo il nigeriano Caleb Okereke, caporedattore della pubblicazione online Minority Africa, ha affermato di “non avere alcun dovere di essere in empatia” per questa scomparsa e ha evocato “la sindrome di Stoccolma di alcuni africani” nei confronti della sovrana. Il giovane di etnia Igbo vorrebbe che in questo momento si ricordasse anche “la violenza che l’impero britannico, e per estensione la Regina, ha esercitato”. “Personalmente sono più commosso pensando ai 2 milioni di Igbo morti durante la guerra civile” del Biafra, combattuta tra il 1967 e il 1970, ha detto Okereke.
“Sappiamo che i biafrani furono abbandonati al loro destino senza alcun intervento della Gran Bretagna, che voleva tutelare i propri interessi economici”, ha concluso il giornalista.

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