Lobby: cos’è, come funziona e a chi serve

Intervista a Leonardo Pofferi, Responsabile Affari europei e relazioni internazionali per Confcooperative

In Italia c’è ancora una tendenza a considerare il lobbismo come qualcosa di poco trasparente, che fa gli interessi delle grandi aziende. Perché secondo lei c’è questa percezione e che differenza c’è con quello che accade in Europa?

Sì, in Italia ancora c’è la tendenza a considerare l’attività del portatore di interessi, perché di questo stiamo parlando cioè di chi in Europa chiamiamo stakeholder, come qualcuno che usa modalità dubbie e ha obiettivi discutibili.
La visione a livello europeo, invece, è molto diversa: c’è una tradizione di lungo tempo, ci sono delle modalità di inquadramento molto chiare dei lobbisti, esiste ormai da anni un registro che si chiama non a caso “Registro della trasparenza” che le istituzioni europee hanno creato per registrare con modalità chiare i dati e tutte le informazioni necessarie a catalogare e individuare le singole realtà di rappresentanza, siano esse associazioni di categoria o imprese.

In Europa esiste anche un codice di comportamento per i lobbisti?

Sì, ed è legato appunto a questo registro che prevede una serie di modalità che sono declinate con alcune differenze a seconda delle singole istituzioni. Perché ovviamente una cosa è l’interlocuzione con la Commissione europea, altra cosa quella con gli eurodeputati. Ma certamente è importante che per entrambe le parti, sia le istituzioni pubbliche sia chi in maniera molto trasparente porta avanti degli interessi, tutte le regole del gioco siano identificate chiaramente proprio per evitare  malintesi, fraintendimenti e soprattutto, anche se questo non è possibile evitarlo del tutto, magari delle deviazioni da un punto di vista della comunicazione giornalistica che ogni tanto tendono a penalizzare questo tipo di attività.

Ecco, questa tendenza tutta italiana a giudicare male i lobbisti potrebbe derivare dal fatto che non abbiamo ancora una legge sul lobbismo? A gennaio 2022 il Parlamento aveva dato il semaforo verde ma poi si è arenata in Senato, è così?

Effettivamente è così. Non è detto che questa legge sia la soluzione a tutti i mali perché c’è probabilmente anche un tema di mentalità e di modalità con le quali si guarda a questo tipo di attività, ma certamente è innegabile che poter disporre in tempi ragionevolmente brevi di un quadro di riferimento normativo che definisca le modalità attraverso le quali svolgere questa attività, sicuramente sarebbe un risultato molto importante.

Qual è stato, da lobbisti, quello che lei considera il vostro goal più importante in Europa?

Per quanto riguarda il mondo della cooperazione io devo dire che stiamo vedendo da alcuni anni, e in particolare in questa nuova legislatura che si è aperta nel 2019, davvero un’inversione di tendenza. Noi come sistema delle cooperative, a livello italiano ma anche a livello europeo, per molti anni abbiamo sostanzialmente lamentato  due cose, due principali trend a livello europeo: uno squilibrio eccessivo della proliferazione legislativa in materia economica a detrimento di una scarsa attenzione ai temi sociali, e una tendenza, soprattutto della Commissione europea in particolare, ad applicare lo stesso abito a tutte le imprese, a prescindere dalla loro specificità.
E questo costringeva le imprese cooperative ad andare a recuperare il proprio spazio all’interno di provvedimenti che erano pensati unicamente per le imprese di capitale.
Da qualche tempo, complice anche la pandemia che ha dimostrato come le imprese cooperative o più in generale le imprese dell’economia sociale abbiano portato un contributo molto significativo alla società, notiamo un’inversione di tendenza molto forte.
La Commissione europea e il Parlamento europeo stanno dimostrando un’attenzione crescente a quel fenomeno che in Europa viene definito dell’economia sociale, all’interno della quale coesistono quattro grandi famiglie: la cooperazione, l’associazione, le mutue e le fondazioni, e oggi appunto cominciamo davvero a vedere che questa attenzione sta trovando una sua applicazione concreta in provvedimenti mirati.

Che cos’è una lobby?

Fare lobbying significa rappresentare interessi particolari presso le Istituzioni pubbliche. Significa portare nelle diverse sedi istituzionali e con modalità varie, il punto di vista di chi si troverà poi a dover “subire” una norma, in questo caso europea. Quando si parla di difendere degli interessi, infatti, si intende proprio l’attività di proporre istanze concrete di miglioramento del quadro normativo per conto dei soggetti che operano in un certo mercato e che dalle norme verranno inevitabilmente influenzati.
Oramai lo sappiamo, in moltissimi settori dell’economia la legislazione viene decisa quasi esclusivamente a Bruxelles e quindi è indispensabile per le imprese italiane e non solo, poter portare in Europa il proprio punto di vista.
Ecco, fare lobbying per noi significa portare all’attenzione questi interessi come organismi cooperativi europei, e farlo in maniera molto trasparente e quindi sfruttare tutte le occasioni che esistono, tutti i forum di confronto con la Commissione europea, tutte le consultazioni pubbliche. Significa avere la possibilità di lavorare in sinergia con gli eurodeputati che siedono al Parlamento europeo e che provengono da diversi gruppi politici ma che sappiamo capaci di superare le divisioni partitiche a livello nazionale per consentire davvero la costituzione di un network che, con modalità molto chiare, metta attorno al tavolo chi fa politica e chi fa rappresentanza di interessi. Il tutto alla luce del sole.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.