Qualcuno era socialista

Foto ingiallite del tempo che fu

In vena di trentennali, o addirittura di quarantennali, e forse anche oltre, mi sono ritrovato fra le mani, proprio qualche giorno fa, quello che considero ormai  un mio personale tesoretto: una quarantina di “stamponi”, per la maggior parte in bianco e nero, ma anche a colori, in cui il soggetto protagonista è Bettino Craxi, ladro o statista – fate un po’ voi – ma anche compianto o rimpianto.

Craxi Bettino nel momento del suo massimo fulgore, tra il finire degli anni Ottanta e i primissimi anni Novanta, ma comunque appena prima di “tangentopoli” e di “mani pulite” e delle monetine lanciate al suo indirizzo davanti all’hotel Raphael il 30 aprile del 1993. Su quell’episodio scrive Mattia Feltri in un articolo comparso su “Il Sole 24 Ore”, nel febbraio di nove anni fa con il titolo “1993.

Anno formidabile, ma ricordate cos’è successo in Italia: “A proposito di Craxi e della giornata più buia della Repubblica, il 29 aprile 1993 la Camera dei deputati non ne concede l’autorizzazione a procedere. Le piazze si gonfiano di indignati ex dormienti. Il 30, Craxi è al Raphael e deve uscire per raggiungere Giuliano Ferrara di cui è ospite in Tv. A piazza Navona, lì vicino, sono radunati i sostenitori di Francesco Rutelli, candidato a sindaco e impegnato in un comizio. Molti mollano e vanno al Raphael. Urlano, fischiano, si dimenano. Arrivano anche ragazzotti del Msi. Si consiglia a Craxi di uscire dal retro. Lui non ne vuole sapere. Esce e si prende quel che deve prendersi, compresa la celebre pioggia di monetine: «Pigliati anche queste!», gli gridano. Craxi è eretto, terreo, sconvolto, orgoglioso. In confronto a piazzale Loreto è niente, ma il sapore è lo stesso. Si discute dell’istituto dell’autorizzazione a procedere, voluto in Costituzione dai padri della Repubblica”.

Epperò nelle foto di Luciano e Paolo Zeggio, di Beppe Borrone e di Dino Nazzaro ci sono i momenti dell’inaugurazione del Cristoforo Colombo nel 1986, con Craxi, allora presidente del Consiglio in compagnia dell’allora presidente del CAP, Roberto D’Alessandro; e ancora prima del 1992 una sua partecipazione al Festival de “Il Lavoro”, quotidiano socialista dui cui fu direttore il presidente Sandro Pertini, poi inglobato da “La Repubblica” giusto trenta anni fa, nel 1992. Con tanto di trentennale ricordato in pompa magna ai magazzini del Cotone, proprio qualche giorno fa.

Il pubblico e il privato del leader

E poi c’è il riposo del guerriero con fotogrammi “rubati” a Villa ALTACHIARA  a Portofino dove il leader socialista amava ritirasi, ospite della contessa Francesca Vacca Augusta. Oppure c’è un altro momento privato con il Craxi tifoso “tremendista”, e con tanto di sciarpone granata al collo, in compagnia del socialista genovese e potentissimo Delio Meoli, ritratti fra gli spalti del Ferraris in occasione di un Genoa-Toro.

E ancora, andando avanti negli anni, c’è un Bettino Craxi ancora segretario del Psi, ma non più presidente del consiglio, intervenuto nel 1991 al primo congresso della Federazione socialista del Tigullio, fotografato in compagnia di un giovane Tonino Gozzi attualmente presidente del gruppo Duferco e allora membro della segreteria socialista. Oppure in mezzo ancora a Meoli e a Mauro Sanguineti, con tanto di garofano all’occhiello.

Quel garofano rosso tradito

Già, il garofano rosso, simbolo della festa del lavoro e dei lavoratori finito nel dimenticatoio. Con la nuova dirigenza del Pd che farnetica di chiamare il Partito democratico con il nuovo nome di Partito del lavoro. Comunque sia il garofano, l’emblema del potere socialista di quei tempi con Giorgio Gaber e il suo “signor G” che si era preso la briga di raccontare e analizzare criticamente la politica e i partiti della politica italiana della Prima Repubblica e che fra il 1991 e il 1993 cantava nei teatri: “Qualcuno era socialista perché il PSI era il più autorevole partito di governo/ Qualcuno era socialista perché più a sinistra di così si godeva di meno./Qualcuno era socialista perché Pertini./Qualcuno era socialista perché ci derubavano come gli altri ma più allegramente e senza sensi di colpa. /Qualcuno era socialista perché tra i due litiganti il terzo fa il sindaco. /Qualcuno era socialista perché meglio governare dieci anni da leoni che festeggiare cento anni da coglioni”.

Che poi già nel 1991 metteva in guardia il suo pubblico: “Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d’Europa”

Finendo per mettere un po’ nello stesso calderone tutta la sinistra di allora. E poi…”Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro. /Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. /Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice. /Solo se lo erano anche gli altri. /Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. /Perché sentiva la necessità di una morale diversa./Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. /Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. /Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come. /Più di se stesso: era come due persone in una. /Da una parte la personale fatica quotidiana. /E dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo. /Per cambiare veramente la vita. No, niente rimpianti. /Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare. /Come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due: /Da una parte l’uomo inserito. /Che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana. /E dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo. /Perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.

E chissà che proprio Giorgio Gaber già trenta anni fa non avesse capito tutto della politica italiana. Prima, seconda e terza Repubblica.

Quel popolo plaudente

E poi c’è il contorno, o la cornice, che anche nelle foto in cui il soggetto principale è lui, il Bettino morto e sepolto ad Hammamet, e tuttora in attesa di una possibile riabilitazione, finisce per rappresentare il soggetto centrale di tutte le immagini. Quel popolo plaudente che esterna nei confronti del leader non solo compiacimento, ma anche legittima, o forse no, ammirazione. Guardate le foto e prendete, per esempio quei volti in primo piano, avventurosamente sul palco accanto al proprio leader di riferimento. Con i tre capi storici delle correnti, Delio Meoli, subito accanto a Craxi, Rinaldo Magnani a sinistra, appena più defilato. E ancora deputati e consiglieri regionali e comunali. Interpreti di una macchina mirabilmente oliata dai posti istituzionali e di sottogoverno. Tutto andato a carte quarantotto dopo tangentopoli. Con fughe in avanti e all’indietro, abiure, o forse no, e massiccia adesione ai partiti messi in campo dal Cavaliere, e persino con qualche rara adesione al Pds.

Già, qualcuno era socialista. E probabilmente qualcuno ancora pensa di esserlo. Con curiosa evoluzione…o involuzione

Perchè a guardare bene nel parterre gremitissimo che ha assistito venerdì scorso alla presentazione della nuova versione de “Il mostro” all’Auditorium dell’Acquario con la presenza dello stesso autore Matteo Renzi, certe scene potrebbero giusto ricordare le foto di cui sopra scattate tanti anni fa. Per esempio fra i riconosciuti socialisti d’antan c’erano Pasquale Ottonello, Arcangelo Merella, Gianfranco Tiezzi, Mauro Avvenente, Tonino Gozzi con moglie e figlia.

E, spettatore probabilmente interessato, c’era anche il sindaco Marco Bucci in prima fila, come racconta massimiliano Lussana su Tiscali.it: “Con anche un omaggio a Marco Bucci sulla surreale questione della richiesta di decadenza: “Questa è meravigliosa: c’è un sindaco che fa bene il sindaco e quindi lo mettono commissario. Poi fa benissimo il commissario, i cittadini lo rivotano e dicono che non può più fare il sindaco perché ha fatto benissimo il commissario”. Ridono tutti, ride anche Bucci”.

Bucci, il Terzo Polo e il paravento di Italia Viva

Del resto dopo gli ultimi risultati elettorali, quelli delle politiche, del terzo polo con Calenda e Renzi alleati l’interesse nei confronti dei leader di Italia Viva e di Azione è risultato crescente. Prova ne sia proprio l’ultima comparsata di Matteo Renzi a Genova. Racconta sempre Massimiliano Lussana: “ A giugno, quando c’era la campagna elettorale per le comunali e Italia Viva appoggiava Marco Bucci, riuscendo ad eleggere due consiglieri nella lista civica del sindaco e conquistando sull’onda dell’ preferenze ricevute anche un assessore e un consigliere delegato nella giunta genovese, oltre che un buon numero di assessori e consiglieri nei Municipi del territorio, sulla terrazza del Galata Museo Del Mare c’erano molti vip del mondo economico e dello shipping, ma si riusciva a sedersi tranquillamente.

 A settembre, qualche giorno prima delle elezioni politiche, la presidente dei senatori del Terzo Polo e plenipotenziaria renziana in Liguria Raffaella Paita optò per il più capiente auditorium dell’Acquario di Genova, che riempì quasi tutti i posti a sedere, risultato più che buono. Stavolta, per la presentazione della nuova versione de “Il Mostro”, il best seller sulle vicende giudiziarie di Matteo Renzi, Lella Paita ha scelto ancora l’auditorium dell’Acquario. Ed è un sold out assoluto, con la gente che cerca sedie persino negli uffici del più amato e bello Acquario d’Europa, si accalca sulle scale, in piedi ai lati della sala, ovunque ci sia un millimetro di spazio libero.

Ecco, il fermo Immagine sulle tre venute di Matteo Renzi in meno di sei mesi funziona meglio di un sondaggio per raccontare la crescita continua del Terzo Polo e dei moderati: sono moltissimi gli ex del centrodestra e anche gli attuali consiglieri comunali della giunta Bucci, a cominciare dallo stesso sindaco in prima fila”. E, da parte del primo cittadino, le attenzioni rivolte ormai da tempo al terzo polo con inclusione di ex socialisti, civici o poi renziani convinti, fra il suo entourage, con le recenti mansioni ad Arcangelo Merella e a Stefano Bernini pare siano un modo ben preciso per divincolarsi dalle spire, che vanno via via facendosi sempre più pressanti, di Fratelli d’Italia e dalla sua leadership genovese e ligure, e dalla Lega. Del resto non è un mistero la scarsa simpatia fra Bucci e Matteo Rosso. E nemmeno è passato inosservato il fatto che Giorgia Meloni, durante la campagna elettorale a Genova, e prima di diventare premier, abbia relegato il sindaco di Genova esponente di una maggioranza a cui fratelli d’Italia partecipa, fra il pubblico.

E nemmeno è un mistero che a suo tempo Raffaella Paita e lo stesso Renzi abbiano sostenuto Bucci durante l’ultima campagna elettorale per la sua riconferma. Come dire, che insomma…a volte piccoli o grossi socialisti potrebbero ritornare alle origini.

Ritorno al futuro

Del resto la foto di cui sopra con un giovane Giovanni Toti candidato socialista potrebbe proprio far parte di un emblematico ritorno al futuro con le legittime aspirazioni più volte espresse dal Governatore e poi forzatamente sedate di fronte alle proteste degli alleati di entrare a far parte di un terzo polo più progressista e non ingessato sulle posizioni della Premier leader di Fratelli d’Italia. Una presunzione movimentista, quella di Toti e soprattutto di Marco Bucci nel tentativo di potersi staccare in un possibile futuro ravvicinato da alleati che tendono a far sentire in maniera pressante il fiato sul collo del primo cittadino, anche in funzione delle nomine di sottogoverno.

Per cui scomparso Craxi anche il prode Matteo Renzi, ex rottamatore della classe politica di allora e di quella attuale ma con un po’ più di potere, può giovare al caso.

L’importanza dei partiti con percentuali relative che finiscono per costituire il cosiddetto “ago della bilancia”, cioè la ragione, oltre al grande carisma dei successi di Bettino Craxi. Non a caso primo presidente del consiglio di sinistra, dopo lo strapotere della Dc negli anni del dopoguerra.

L’uomo della riabilitazione

Che poi tutta la storia di questo pacchetto di stamponi per me era incominciata alla fine del Novecento, proprio nel 1999, quando collaboravo con l’emittente televisiva Telenord che si era interessata alle imprese politiche di Lucio Barani, allora sindaco di Aulla, poi di Villafranca in Lunigiana,  per due volte deputato nelle fila del Centro Destra, poi senatore ancora nel centro destra e poi nel GAL e in ALA, infine segretario del Nuovo Psi dal 2019. Barani allora in direzione ostinata e contraria sie ra messo in testa di conferire la cittadinanza onoraria di Aulla proprio a Bettino Craxi, allora soggetto politicamente e generalmente screditato, emigrato in Tunisia e in attesa di sentenze.

Era partito per Hammamet riuscendo ad incontrare proprio il leader socialista. E, non contento, nel 2003, con Craxi già scomparso da tre anni, aveva commissionato e fatto erigere a sue spese una statuta in marmo bianco raffigurante proprio Craxi. Monumento che per un po’ di tempo era stato ospitato nella piazza del paese della Lunigiana. Statua alla cui base è stata scolpita la stessa frase incisa sulla tomba del leader socialista ad Hammamet: “La mia libertà equivale alla mia vita”. Al momento lo stesso sindaco voleva assicurare il manufatto per cinquantamila euro, ma nessuna compagnia si era sentita di stipulare un contratto.

Statua oggetto di molti vandalismi e comunque finita all’asta nel 2008, nell’epoca post sindaco Barani, per rimpinguare le casse del Comune. Acquistata e fatta restaurare nel 2016 proprio da Barani, diventato nel frattempo segretario del Nuovo Psi, a spese del suo partito. Con tanto di garofani rossi, deposti a gennaio di quest’anno in occasione del ventiduesimo anno dalla scomparsa di Craxi, sempre da Barani. Perchè i socialisti prima o poi ritornano, con quell’ispirazione ed aspirazione a fungere da perenne ago della bilancia. Fattore che reputo ormai molto chiaro per Toti e per lo stesso Bucci.

Entrambi aspiranti leader per quel qualcuno che era socialista e, entrambi,consapevoli, o forse no, di quello che diceva Gaber: “Qualcuno era socialista perché il PSI era il più autorevole partito di governo/ Qualcuno era socialista perché più a sinistra di così si godeva di meno./Qualcuno era socialista perché Pertini./Qualcuno era socialista perché ci derubavano come gli altri ma più allegramente e senza sensi di colpa. E, soprattutto perchè: “Qualcuno era socialista perché tra i due litiganti il terzo fa il sindaco (o il presidente della giunta regionale). /Qualcuno era socialista perché meglio governare dieci anni da leoni che festeggiare cento anni da coglioni”.

Ecco. E poi c’era qualcuno che era comunista. Come Enrico Letta, come Andrea Orlando. O come Matteo Renzi e Lella Paita…o forse no.

Paolo De Totero

CONDIVIDI

Quarantacinque anni di professione come praticante, giornalista, vicecapocronista, capocronista e caporedattore. Una vita professionale intensa passata tra L’Eco di Genova, Il Lavoro, Il Corriere Mercantile e La Gazzetta del Lunedì. Mattatore della trasmissione TV “Sgarbi per voi” con Vittorio Sgarbi e testimone del giornalismo che fu negli anni precedenti alla rivoluzione tecnologica, oggi Paolo De Totero è il direttore del nostro giornale digitale.