Così la ‘ndrangheta recuperò un cargo frigo imbottito di droga crollato col Morandi

I particolari dalle intercettazioni agli atti dell’operazione “Blu notte” che stamattina ha aperto le porte del carcere agli uomini del clan Bellocco di Rosarno

Genova – “È un Eurocargo giallo, se tu vai nel primo video quando cade la prima campata… Il primo pilone che cade, quello del ponte Morandi… Al secondo c’è questo camion, lo vedi benissimo! Giallo, un Eurocargo giallo con una cella frigorifera, piccolino! È caduto paru (ndr in orizzontale)… Gli è caduta una macchina di sopra. L’autista però era già uscito. Si sono salvati pure quelli della macchina”.

A parlare è Francesco Benito Palaia, marito di Elena Bellocco e uomo del clan Bellocco di Rosarno.
È lui il protagonista di questa intercettazione del marzo 2020, finita agli atti dell’operazione “Blu notte” che stamattina ha aperto le porte del carcere per 47 persone accusate di associazione di tipo mafioso e concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel discutere con un altro uomo della cosca dei futuri traffici di stupefacente da organizzare, Palaia fa riferimento al fatto che nel crollo di ponte Morandi era stato coinvolto un cargo frigo imbottito di droga destinata alla malavita campana.
Da quanto hanno potuto apprendere dall’ambientale, gli investigatori ritengono che i soggetti dell’hinterland partenopeo avessero ingaggiato proprio lui per riprendersi il camion, ormai dissequestrato e trasportato da Latina, “dopo sei, sette mesi che lo tenevano d’occhio in questo piazzale dell’ACI dove hanno portato questi mezzi”, a Frosinone.

Palaia aveva degli amici nel settore del recupero rottami, ai Castelli Romani, e poteva tranquillamente organizzarsi da casa. E infatti nell’intercettazione si sente dire che i napoletani sono andati da lui: “È venuto qua questo qua… Mi ha detto: Francesco, tu ce l’hai la possibilità perché dice a questo punto dice io ai neri non gli posso dire… loro sanno che si è perso. Punto. Adesso se loro vengono dove siamo noi a Secondigliano e Scampia e ci vedono che noi togliamo il fumo… Noi stiamo ancora comprando da loro. Io questi novecento chili glieli voglio fottere e tu hai la possibilità di prendertelo tutto”. E parlando da malavitoso navigato racconta di aver risposto che si poteva fare, ma voleva la metà del carico, “tanto tu non l’hai pagato”.
Dunque l’accordo si conclude con una spartizione al 50% di tutta la droga rimasta nascosta nella carcassa.

Ma come si può portare l’eurocargo direttamente in Calabria senza che la cella frigorifera, deformata dall’urto, si apra scoprendo il carico e facendoli finire in manette?
Palaia chiama l’amico dei Castelli Romani e gli manda le foto del camion. Lui risponde subito. In ballo ci sono un sacco di soldi.
“Mi ha detto: siccome la cella è deformata va fasciato con le fasce a cricchetto e la cella deve stare chiusa. Ogni duecento chilometri, duecentocinquanta, si ferma uno e deve fare i cricchetti un’altra volta. Se si aprono le pareti durante il trasporto ti sei giocato tutto e ti hanno arrestato. Quanto ti devo dare per questo trasporto? Mi ha detto: Francesco, non meno di quattromila euro più IVA. Gli ho detto io mi sta bene ti do io l’ok quando lo deve ritirare. Ora sto aspettando solo la telefonata per dirmi quando si deve ritirare”.

Palaia, che all’epoca dell’intercettazione era ai domiciliari, è finito in carcere questa mattina.

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Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.