Stabilimenti a rischio RIR in mezzo alle case? La parola d’ordine di Costa: “Aiuti alla delocalizzazione”

Il Ministro dell’Ambiente: “Fondamentale che le Regioni legiferino sul fattore di pressione ambientale”

Genova –  La Liguria non è soltanto una regione annientata dal dissesto idrogeologico. La minaccia per i suoi abitanti arriva anche dalle 31 industrie a rischio di incidente rilevante (RIR) disseminate sul territorio, 16 solo nell’area genovese.

Ce lo ricordano i quattro operai bruciati vivi a Multedo nell’incendio dei tre serbatoi Carmagnani esplosi nell’incidente del 1987.
E ce lo ricordano i 680.000 litri di petrolio finiti in mare nel 2016 da una tubazione dell’oleodotto Iplom che si è spaccata nel rio Fegino.

Impianti industriali piazzati in mezzo alle case, a convivere con il tran tran di tutti i giorni. Ma che fine ha fatto la proposta di legge di ampliamento dell’ambito di applicazione della Seveso III alle infrastrutture?

Non solo Seveso III

“Quando si parla di agglomerati produttivi che possono influire sul rischio dei cittadini, io dico sempre che una norma per agire esiste già e si chiama fattore di pressione ambientale”.
Lo spiega il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa che poi tira una frecciatina alle Regioni poco attente: “È una norma che però deve essere interpretata a livello regionale con l’impegno della giunta”.

Ma cos’è il fattore di pressione ambientale?

“Si tratta di un livello soglia che viene calcolato scientificamente, e quindi non è qualcosa di ideologico, che consente di dire qua si è raggiunta la saturazione di impegno e qui invece no”, continua Costa chiarendo che “in questo modo si possono condizionare le autorizzazioni integrate ambientali (AIA) o l’autorizzazione unica ambientale (AUA) in funzione del fattore di pressione” ed evitare così un ulteriore impatto negativo sull’ambiente e sulla salute.
Si tratta certamente di una forma di garanzia trasparente per i cittadini ma che “consente alle Regioni e ai Comuni di far sapere anche al mondo imprenditoriale, quindi senza danneggiare nessuno, cosa può andare dove”.

Eppure le Regioni spesso sono latitanti in materia ambientale e decidono di non intervenire. Un cortocircuito istituzionale che obbliga lo Stato a legiferare “su una cosa che le giunte locali potrebbero fare tranquillamente se volessero bene ai cittadini”.
Cioè? Lo Stato deve obbligare le Regioni a fare una legge che, per legge, avrebbero già dovuto fare?
Una follia che Costa conferma: “Nel Collegato Ambientale 2020, che depositerò i primi giorni di ottobre in Presidenza del Consiglio e che quindi va in parlamento con procedura accelerata, porremo l’obbligo per le Regioni di legiferare in questo senso”.

Ci viene in mente il caso di Zuccarello e dell’ampliamento dell’Icose SpA dove il fattore di pressione ambientale, se esistesse in Liguria, probabilmente non permetterebbe il progetto che è stato approvato.

Per gli impianti esistenti la parola d’ordine è delocalizzare

“Quando gli impianti sono già esistenti io penso sempre a un piano non di chiusure ma di aiuti alla delocalizzazione”, chiarisce Costa spiegando il perché: “Se a me impresa, è stato permesso di costruire o di inserirmi in una zona, io che ho avuto l’autorizzazione non ne ho responsabilità. Ti ho chiesto l’autorizzazione e tu me l’hai data, non posso pagare un ulteriore pegno. E allora vengo aiutato in quella che si chiama delocalizzazione: nessuno perde il posto di lavoro, tutelo i cittadini e tutelo la produzione”.

Aspettando la volontà politica

Tra inadempienze, ritardi, interventi sporadici, e frammentazione delle competenze, le esigenze impellenti dei territori   diventano rimandabili, salvo poi dover rincorrere l’ennesima urgenza.
“Le risorse ci sono però ci vuole una volontà politica che non è solo quella nazionale”, suggerisce Costa che poi diventa categorico: “Il Collegato Ambientale contiene il fattore di pressione ambientale e dunque se non fai la legge io vengo a casa tua e ti commissario”.

Simona Tarzia

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